Eridania
Forlanini
Maiani
Mangelli
Romanini

Bartoletti
Becchi
Bonavita

ERIDANIA

Eridania.jpg (40395 byte) La storia dell'industria saccarifera in Italia ha origini antiche. Nei 1872 viene costituita a Genova la "Società anonima per la raffineria degli zuccheri" che, dopo dieci anni, inizia ad impegnarsi anche nella coltivazione della bietola e nella produzione saccarifera e riesce ad ottenere dallo Stato 1'emanazione di provvedimenti protezionistici. Fra il 1898 e il 1902 la produzione nazionale di zucchero sale da 57.259 a 94.090 ton., quantitativi sufficiente a coprire interamente la domanda interna. Le fabbriche di zucchero in attività passano da 4 a 33 e prendono vita 24 nuove ditte saccarifere.
    Il settore è caratterizzato da una forte concentrazione (nel 1904 si forma la prima unione di cartello) finanziaria e produttiva. Esistono infatti due grandi gruppi, guidati dalla Ligure Lombarda e dall'Eridania, costituita nel 1899, che controllano il 53% della produzione totale. Ad esse si affianca poi la "Società italiana per l'industria dello zucchero indigeno", controllata dall'armatore genovese Erasmo Piaggio, che produce circa il 26% dello zucchero nazionale.
    La "Società Anonima Eridania, fabbrica di zucchero" venne costituita a Genova il 27 febbraio del 1899. Scopo di questa società erano la fabbricazione dello zucchero, il suo commercio, nonché l'impianto e 1'esercizio di fabbriche e industrie uguali ed affini. Il capitale sociale ammontava, a quella data, a £. 2.500.000 ed era costituito da 25.000 azioni di £. 100 ciascuna. Iniziarono a sorgere numerosi zuccherifici in diverse parti d'Italia. Nel 1900 ne fu attivato uno anche a Forlì.
    Questo apparteneva alla Società Anonima Eridania e fu impiantato dal finanziere genovese Giovanni Battista Figari, con l'impiego di un capitale di £. 6.300.000. Questa industria segnò una profonda trasformazione anche nella realtà agricola locale; ne sconvolse le abitudini, creando inizialmente una certa diffidenza nei coltivatori. Però riuscì a convertire parte della produzione agricola alla bieticoltura, coinvolgendo i coloni e modificando equilibri che da lungo tempo dominavano la gestione della campagna.
    La fabbrica di Forlì si giovò inizialmente di macchinari tedeschi, importati dalla Hallesche Maschinenfabrik: inoltre tutto il personale tecnico e direttivo era composto da tedeschi. Tuttavia, già nel 1902 la direzione dello stabilimento fu affidata al Cav. Romolo Rossini, che sostituì tutto il personale tedesco con altrettanto forlivese e potenziò la capacità produttiva aggiungendo nuove attrezzature. Nel 1902 lo zuccherificio di Forlì, durante la campagna, lavorava quotidianamente 6.000 q.li di barbabietole, producendo così annualmente 38.000 q.li di zucchero: con tali quantitative lo stabilimento era ai primi posti a livello nazionale.
    In quegli stessi anni fu avviata una vasta campagna pubblicitaria e informativa, indirizzata a coloni e contadini, finalizzata alla loro sensibilizzazione, in modo tale da coinvolgerli in una sempre crescente attività di conversione produttiva. Lo scopo di questa ampia propaganda era quello di assicurare allo stabilimento saccarifero forlivese un quantitative di bietole sufficiente a supportare l'investimento della fabbrica. Era infatti di fondamentale importanza una grossa disponibilità di materie prime, per poter sostenere l'attività produttiva.
    La Società Anonima Eridania, per stimolare la produzione agricola di barbabietole da zucchero, organizzò anche un concorso a premi, sulla base del quale venivano premiate la qualità della coltura e l'organizzazione della rotazione quinquennale delle colture stesse.
    I coltivatori risposero positivamente a questa attività pubblicitaria e propagandistica e allargarono la coltivazione di barbabietole, tanto che la fabbrica fu costretta ad ampliare i suoi stabilimenti e ad aumentare ulteriormente i suoi macchinari, sostituendo quelli più vecchi con altri più moderni e tecnicamente più avanzati, fomiti dalla Britfeld Dankel di Praga, per una spesa di oltre 2.000.000 lire.
    Con una simile struttura produttiva la fabbrica forlivese era in grado di lavorare 11.500 q.li di barbabietole al giorno. Grazie a queste innovazioni la quantità giornaliera di barbabietole lavorata passò, nel 1906, da 6.000 a 8.000 q.li e, nel 1911, a 11.000 q.li, con una produzione annua di zucchero di circa 70.000 q.1i.
    Nel 1913 la produzione nazionale di zucchero fu decisamente molto alta e di conseguenza la società Eridania decise di fermare alcuni stabilimenti, per un periodo determinate e in via provvisoria. Tra questi furono prescelti, quali stabilimenti da bloccare temporaneamente, quello di Forlì e quello di Codigoro. Per tutto l'anno seguente la fabbrica forlivese rimase ferma e la situazione venne aggravate dallo scoppio della I Guerra Mondiale che assegnò all'Eridania il compito di provvedere agli approvvigionamenti militari, offrendo il proprio prodotto ad un prezzo ridotto.
    Durante tutto il periodo della I Guerra Mondiale la fabbrica continuò però regolarmente la propria produzione, non subendo alcun danno. Subito dopo la fine del conflitto l'Eridania avviò una dinamica attività di espansione del proprio stabilimento e di ammodernamento ulteriore dei propri impianti. Potenziò cosi la produttività della fabbrica, tanto da portare la lavorazione delta materia prima a 12.000 q.li giornalieri. In quegli anni vennero modificate anche la direzione amministrativa e quella tecnica, la prima andò al Rag. Giovanni Floreale e la seconda al Dott. Cesare Crivellucci.
    La fabbrica arrivò ad occupare una superficie di 66.700 m
2, di cui 10.700 coperti da fabbricati. I1 terreno scoperto era in gran parte occupato da 3 vasche di decantazione, aventi una capacità complessiva di 40.000 m2, utilizzate per raccogliere l'acqua che veniva sollevata dal canale di Ravaldino per mezzo di due centrifughe.
    Per la campagna saccarifera del 1924 gli agricoltori forlivesi destinarono alla coltivazione di barbabietole ben 2.900 ettari di terreno, consegnando allo stabilimento 1.030.000 q.li di materia prima, per la quale ottennero un corrispettivo di circa 17.000.000 di lire. Utilizzando questi ingenti quantitativi di barbabietola, lo zuccherificio riuscì a produrre 120.000 q.li di zucchero, impiegando un massimo di 1.010 persone.
    Nonostante il forte dazio protettivo che assicurava alla produzione di zucchero italiana il mercato interno, gli anni 1927-28 furono anni di grande crisi, alla quale I'azienda reagì, sia affittando e gestendo direttamente appezzamenti di terreno (al fine di contenere le spese e conseguentemente anche i prezzi del prodotto finito), sia riducendo ulteriormente l'attività. Nel corso del 1928 vennero prodotti circa 10.000 q.li di zucchero. Gli operai impiegati in questo periodo furono circa 120, mentre arrivarono a 500 quelli assunti durante i mesi delta campagna, dalla fine di luglio fino a novembre.
    Lo sviluppo del settore bieticolo-saccarifero nella seconda meta degli anni '30 parte integrante delta politica autarchica condotta dal Fascismo, che tendeva a perseguire la completa autosufficienza economica del paese. L'interesse del Governo nei confronti del settore era inoltre motivato dal pesantissimo carico fiscale che gravava sullo zucchero di produzione nazionale, che incideva per 11 57% sul prezzo al consumo.
    Il gettito totale dell'accisa sullo zucchero rappresentava nel 1929 la seconda voce attiva del bilancio statale (1 miliardo e 200 milioni), superata solo dall'imposta sulla ricchezza mobile. L'imposta di fabbricazione contribuiva pertanto in modo determinante ad innalzare il prezzo dello zucchero sul mercato interno e, di conseguenza, a deprimere il livello dei consumi che, pari a 7-8 kg pro-capite, erano fra i più bassi d'Europa. Lo zucchero estero, quotato a prezzi inferiori, veniva poi gravato da dazi talmente alti da annullare la differenza di prezzo. Alla fine degli anni '30 I'Eridania, con le sue controllate, gestisce in complesso 28 fabbriche, con un capitale sociale di 258 milioni, in grado di produrre circa il 60% e il 50% dello zucchero e dell'alcool nazionali.
    Secondo, per volume di produzione e per dimensioni degli impianti, era l'insieme di zuccherifici che facevano capo alla "Società Italiana per l'industria degli zuccheri", con sede a Genova e presieduta da Rocco Piaggio. Essa produceva il 20% dello zucchero e il 10% dell'alcool nazionali. Terzo in ordine di importanza era il gruppo delle fabbriche saccarifere di proprietà dell'imprenditore Ilario Montesi, che era in grado di produrre il 10% dello zucchero e il 20% dell'alcool italiani.
    Tutte le società saccarifere prendevano inoltre parte al "Consorzio nazionale produttori zucchero", denominazione assunta nel marzo del 1925 dall'Unione Zuccheri, l'organizzazione di cartello formata nel 1904.
    Negli anni '30 l'attività produttiva dell'Eridania seguì un percorso regolare fino alla II Guerra Mondiale, quando lo stabilimento di Forlì subì ingenti danni. Ma già a partire dal 1946 la fabbrica si riprese completamente e riattivò la produzione a pieno ritmo.
    Questo positivo andamento accompagnò l'Azienda per tutti gli anni '50, fino alla fine degli anni '60, quando venne costituito il Mercato Comune dello zucchero, che comportò riassetti aziendali di notevole rilevanza.
    L'Eridania finì così per trovarsi in una posizione di inferiorità rispetto agli altri produttori europei, sia per la minore qualità delle bietole italiane, sia per la minore durata temporale delle campagne. Per fare fronte a queste difficoltà fu predisposto un piano di ristrutturazione, che prevedeva la chiusura di stabilimenti improduttivi e tecnologicamente superati, la costruzione di nuovi al loro posto e il potenziamento di altri.
    Numerosi furono i licenziamenti, che generarono forte risentimento fra i lavoratori stessi. Questi rivendicarono duramente il loro diritto a percepire salari adeguati ed alla sicurezza del posto di lavoro. Queste rivendicazioni sfociarono inevitabilmente in una serie di scioperi e occupazioni che comportarono pesanti rallentamenti produttivi e in enti perdite, tanto che, nel 1970, l'Eridania si vide costretta a vendere lo stabilimento al Gruppo Maraldi di Cesena, già ben inserito all'interno del settore saccarifero nazionale.
    La crisi che però travolse successivamente la società acquirente, portò inevitabilmente alla chiusura della gloriosa fabbrica forlivese. Da quel momento lo stabilimento venne utilizzato solo come deposito.
    Nel 1989 un rovinoso incendio distrusse tre capannoni adibiti a deposito di zucchero, ma non intaccò il corpo centrale della struttura. Le indagini relative all'incendio non ne accertarono mai le cause in modo chiaro.

BIBLIOGRAFIA:

Archivio di Stato di Forlì (A.S.F.), Zuccherificio ex Eridania, Tesina, 1992/93.

Relazione sull'andamento economico della Provincia biennio 1927-28, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1929;

M.E. Bianchi Tonizzi, L'industria saccarifera dall'autarchia all'integrazione curopea;

E. Caruso, Forlì. Città e cittadini tra Ottocento e Novecento, Edizioni del Girasole, Forlì 1992;

AA.VV., Storia di Forlì. L'età contemporanea, ed. da Cassa dei Risparmi di Forlì, Forlì 1992

 

 

OFFICINE FORLANINI

    Tra le "industrie pesanti", nell'Ottocento, Forlì annovera unicamente la "Società anonima per il gas e fonderia di ferro", fondata nel 1863. Sorta per iniziativa privata, ad opera di Ulisse Fioruzzi e Soci, con 1/3 delle azioni sottoscritte all'atto di avvio dalla Cassa dei Risparmi di Forlì, la Società stenta a decollate, in quanto sono pochi i privati che si offrono di acquisire le quote azionarie.
    Lo stabilimento era all'epoca l'unico grande impianto metallurgico nella tratta Bologna - Ancona."
Dal 1864, la fabbrica inizia a produrre anche gas di litantrace, utilizzato per l'illuminazione cittadina, grazie ad un contratto di 40 anni concluso con il Municipio di Forlì: però nel 1904, al suo scadere, tale contralto non fu rinnovato, in quanto l'Amministrazione decise di passare alla municipalizzazione.
    Nonostante il promettente avvio produttivo e i già 40 dipendenti del 1865, a soli due anni dalla nascita la Società andò incontro a grosse difficoltà economiche e venne rilevata dalla Cassa dei Risparmi di Forlì. Dopo alcuni momenti di crisi, dovuti a difficoltà di gestione, la direzione dell'azienda passa dal 1878 all'Ingegnere aereonautico milanese Enrico Forlanini, entrato nella storia come ideatore del primo elicottero con motore a vapore e come costruttore di dirigibili. Sotto la guida di questo tecnico preparato e lungimirante, come si legge nella relazione conti-resi del 1886, l'azienda si va affermando anche a livello nazionale "essa è in grado di assumersi lavoro in grandissima mole e di fare una seria ed utile concorrenza ai più importanti stabilimenti congenui del Paese.
    Buoni sono i collegamenti con la ferrovia Bologna-Ancona, alla quale lo stabilimento era raccordato da un apposito binario. Un secondo binario lo collegava inoltre alla linea tranviaria Forlì - Ravenna, alla cui darsena facevano capo i battelli per il trasporto di merci via mare.
    Nel 1894 i dipendenti diventarono circa 150, occupati per 10 ore al giorno, in 4 diversi reparti. Nel 1895 è lo stesso Forlanini che diventa proprietario dell'azienda e, tre anni dopo, ne trasferisce la direzione a Milano.
    A fine '800 l'azienda dispone di 4 caldaie a vapore da 20 cavalli ciascuna, 11 torni da metalli, 6 trapani, varie gru circolari e da ponte di diverso tonnellaggio. Tuttavia, proprio in tale periodo di rinnovamento si registra una forte conflittualità tra operai e direzione, a causa delle pesanti condizioni di lavoro, del modesti salari e della ferrea discipline interna. Parecchi furono gli scioperi, come ad esempio quello iniziato il 28 giugno 1890, durato diversi giorni e finalizzato ad ottenere un incremento di salario per i soli operai avventizi delle due fonderie, remunerate con £. 1,50 al giorno, a fronte di un salario medio, per gli operai delta fabbrica, di £. 2,50.
    Le proteste dei lavoratori si levarono anche di fronte alla richiesta della direzione di elevare le ore giornaliere di lavoro da 12 a 14 per gli operai addetti ai trapani per le tubazioni.
    Le proteste aumentarono quando, sempre nel corso del 1900, il nuovo direttore, ing.Gigli chiese che si lavorasse anche la domenica. Le tensioni tra la direzione e gli operai cominciarono gradualmente a placarsi nei primi anni del nuovo secolo, quando l'impresa si afferma nel mondo industriale, riscuotendo successo con i suoi prodotti: cosi dopo lunghe trattative e mediazioni le richieste della forza lavoro furono in parte accolte.
    L'impresa si specializza nella costruzione di tubi e di macchinari per acquedotti. gasometri e zuccherifici, e conosce un periodo di forte espansione net corso dell'età giolittiana, sia per l'impetuoso sviluppo dei servizi pubblici, sia per la felice collocazione geografica: l'area di influenza che risulta dalle sue maggiori commesse abbraccia tutte le regioni del medio versante adriatico.
    Dopo il 1904 ridottasi l'attività di produzione di gas, a seguito del mancato rinnovo del contratto con il Comune, l'officina calderai assume, nei suoi quattro reparti, come specializzazione, quella di costruire tubazioni di lamiera chiodata per forza motrice. Furono proprio le Officine di Forlì ad iniziare per prime in Italia la costruzione di tubazioni a chiodatura continua. Oltre a tale produzione il reparto in questione realizzava caldaie a vapore, serbatoi. capriate, ponti, piattaforme per ferrovie e svariati altri lavori in ferro, grazie ad attrezzature modernissime, che comprendevano, tra I'altro, grosse piegatrici per la curvature, piallatrici per la rifilatura delle lamiere, trapani speciali ed un moderno maglio a vapore.
    Il reparto adibito invece a fonderia tubi di ghisa si presentava costituito da due grandi locali, con le varie fosse di colata, mentre i locali attigui erano destinati a servizi di carattere accessorio. Nella fonderia si fondevano tubi di svariate dimensioni e diametri da m/m 30 a m/m 650: in tale reparto, già nel corso dell'Ottocento, le fusioni avevano luogo ogni giorno, quando il lavoro era abbondante e, solo due o tre volte a settimana, negli altri casi.
    La fabbrica, a metà degli anni '20 possedeva un'area complessiva di circa 30.000 m
2, di cui oltre 10.000 coperti e dava lavoro ad oltre 300 operai, che aumentavano nei periodi di maggiore attività. All'epoca lo stabilimento disponeva di una forza motrice di circa 200 cavalli vapore, con la quale erano azionate direttamente l'officina meccanica e l'officina calderai, mentre parte della forza era trasformata in energia elettrica per azionare, tramite motori, il macchinario delle fonderie.
    Lo stabilimento mantenne, nel corso della sua attività, una suddivisione in quattro reparti: officina meccanica propriamente detta; officina calderai, fabbri e fucinatori; fonderia di tubi di ghisa fusi verticalmente e fonderia di getti diversi in ghisa e bronzo.
    Intorno alla meta degli anni '20, secondo quanto si apprende dalla Monografia di E.Casadei, essa era dotata di un'ampia sala, la cui navata principale misurava m 64 x 9 ed era circondata da vari locali di aggiustaggio e montaggio. Nella sala principale si trovava la maggior parte delle macchine operatrici, anche di notevoli dimensioni e potenza, tra cui una moderna piallatrice per la lavorazione di aghi da scambi, un grosso tornio capace di realizzare pezzi fino a 9 m di diametro, utilizzato anche per lavorare le piattaforme girevoli delle ferrovie. Tutti i locali di questa officina erano serviti da gru a ponte, fabbricate dalle officine stesse.La fonderia di getti diversi risultava, invece, il reparto di attivazione più recente, realizzato per sostituire la vecchia fonderia ormai insufficiente: era fornita dei macchinari assai avanzati. Come una gru elettrica di 12 ton. ed altre di minore portata, un forno kriger capace di 4 ton. di ghisa fusa all'ora, in grado di essere affiancato dai mezzi della fonderia tubi per ottenere la fusione di pezzi di grossissimo peso.
    La fonderia era al tempo stesso in grado di realizzare pezzi leggeri, ma la sua specialità era la produzione di grosse storte per raffineria e sublimazione dei solfi, particolarmente durature grazie all'utilizzo di ghise speciali. All'interno del reparto si realizzava la fusione di ogni pezzo, non solo in ghisa, ma anche in bronzo ed ottone.
    Nei due reparti adibiti a fonderia, in particolare quello destinato alla fusione dei tubi, soprattutto nel corso del secolo scorso, si lamentavano cattive condizioni igieniche: nonostante la forte areazione dei locali, la terra su cui lavoravano gli operai provocava grandi nubi di polvere, mentre dai fornelli di combustione si generava una certa quantità di amido di carbonio ed acido carbonico (in E. Caruso, Forlì. Città e cittadini tra Ottocento e Novecento, p. 126).
    La gamma produttiva era molto vasta; essa comprendeva tubazioni d'acciaio saldate e chiodate, caldaie a vapore, gasometri, depuratori, condensatori, montature di torni e materiali per officine a gas, macchinari per fabbriche di zucchero e cartiere; materiale ferroviario per impianti fissi, come piattaforme girevoli e colonne idrauliche; gru di diversi tipi, ponti e tettoie in ferro; tubi di ghisa normale e speciale, impianti completi per acquedotti; macchinari per industrie chimiche, come nitratori e torni per piriti.
    Sotto la guida lungimirante dell'Ing. Pietro Ferrari, tecnico di assoluto valore, numerose sono le commesse importanti che le Officine di Forlì possono già vantare nel corso degli anni '20, come ad esempio gli acquedotti di Chieti (2.500 ton.), Novara (circa 2.000 ton.), Norcia, Recanati, Forlì, Modigliana, Civitella ed altri centri minori. Per tutti questi acquedotti l'impresa si era impegnata ad eseguire fornitura, posa in opera e, per alcuni, anche il lavoro completo e cioè anche gli scavi e le opere murarie.
    Numerose risultavano le imprese abitualmente fornite dalle Officine di Forlì, in particolare Società ldroelettriche, la Marina Militare e soprattutto le Ferrovie dello Stato.
    Notevolmente apprezzate furono anche le realizzazioni attuate per numerosi zuccherifici italiani, come pompe a gas e forni a zolfo, oltre alle tubature per cartiere, in particolare quelle di Perugia.
    Un altro settore in cui l'impresa raggiunse buoni risultati fu quello della meccanica agricola, in cui realizzò locomobili e relative trebbiatrici, adatte alle esigenze dell'agricoltura montana, caratterizzata da spazi più ridotti, rispetto a quella di pianura.
    Gli anni successivi cominciarono tuttavia a presentare i prime problemi per lo stabilimento: per quanto la sua attività produttiva fosse ben vista e sostenuta dal Regime Fascista, l'Azienda cominciò ad avvertire la forte carenza di materiali ferrosi, già dal 1938 contingentati per usi civili.
    Di 1ì a poco segue il contingentamento del rame e si avverte pure una forte carenza di carbone.
Numerose imprese si rivolsero allora al mercato nero: d'altro canto il Regime fornì alle industrie locali modesti appoggi, al di là della propaganda.
    I proprietari dello stabilimento, Guido, Francesco ed Anna Maria, figli di Enrico Forlanini, in data 28 maggio 1942 dichiarano la cessazione della società di fatto, che ormai dal 1939 avevano smesso di condurre e la contestuale costituzione della Società Anonima Officine di Forlì, operante nello stabilimento sito in Viale Vittorio Veneto, lo stesso che, diversi anni più tardi, nel 1958, verrà acquisito dalia S.p.A. Bartoletti.

BIBLIOGRAFIA:

E. Casadei, Monografia Industriale di Forlì, Forlì 1933;

E. Caruso, Forlì. Città e cittadini tra Ottocento e Novecento, Edizioni del Girasole, Forlì 1992;

Tarozzi, Artigianato e industria a Forlì tra Ottocento e Novecento, in "Il Risveglio", 12 luglio 1990;

R.Balzani, Un comune imprenditore. Pubblici servizi, infrastrutture urbane e società a Forlì (1860-1945), Milano 1991;

P.P.D'Attorre, Le fabbriche del Duce. L'industria forlivese tra le due guerre, in "Memoria e Ricerca", 1993, p.35.

 

 

IL COMPARTO TESSILE SERICO E LE VICENDE DELLA FILANDA MAIANI

    Il comparto manifatturiero più antico e corposo è rappresentato sicuramente da quello tessile, in particolare l'industria della trattura e tessitura della seta vanta nella nostra Provincia un'antica tradizione.
    La presenza consistente nelle campagne romagnole di un fiorente allevamento di bachi da seta, portò alla progressiva affermazione dell'industria di trasformazione del prodotto agricolo, sostenuta dalla classe dirigente locale. Questa attività di lavorazione e trasformazione, nella seconda metà dell' '800, passò da una dimensione prettamente casalinga ad una configurazione decisamente industriale.
    La costituzione del Regno d'Italia stimolò inizialmente questo passaggio e così iniziarono a sorgere anche in Romagna opifici meccanizzati, grazie alla forza del vapore, che, col passare del tempo, presero il posto di quelli artigianali.
    Nel 1863, a Forlì, vi era una sola filanda "a vapore". Era di proprietà del Conte Ferdinando Gnocchi e produceva un filo pregiato che veniva venduto anche all'estero. Questa filanda con le sue 80 bacinelle era già, intorno al 1860, un vero opificio di tipo industriale. Infatti venivano lavorati, in 63 giornate, 190 q.li di bozzolo, a fronte dei quali altre filande riuscivano a trattare solo 80 q.li circa nel lasso temporale molto più lungo di 155 giornate. Inoltre, nonostante che il prodotto della Filanda Gnocchi risultasse più caro a prodursi, in compenso il suo filo era di qualità migliore e compensavano il maggiore prezzo i pio brevi tempi di lavorazione.
    La piazza di Forlì era già, negli anni 1868-1876, un importante e fiorente mercato di bozzoli, cosicché la loro lavorazione aumentò considerevolmente.
    In questi anni operavano nella città, per la trattura della seta, ben quattro opifici: i proprietari erano Leopoldo Gregorini, Pietro Tassari, i Fratelli Bonavita ed Eleonora Brunini Dandi.
    Nel 1871 sorse una nuova filanda, quella di Ernesto Manuzzi. Ma solo dieci anni più tardi erano rimaste in attività due sole filande: la filanda dei Fratelli Bonavita e quella del Conte Ferdinando Gnocchi. In quegli stessi anni erano operative a Forlì anche un seccatoio di bozzoli da seta, di proprietà di Enrico Monti e uno stabilimento per la confezione del seme-bachi, con selezione microscopica diretto dal Prof. Broglio.
    Alla fine del decennio i metodi rivoluzionari della filanda Gnocchi si erano già rapidamente diffusi e non esistevano più a Forlì filande "a metodo tradizionale", ma unicamente filande "a vapore", che segnarono il passo più importante nella modernizzazione tecnologica del settore.
    Questa ondata di rinnovamento tecnologico provocò la chiusura di varie filande, incapaci di attuare questi cambiamenti. Ne è un esempio significative quello del Comune di Meldola, che nel 1876 vantava ben 12 filande tradizionali, per un totale di 486 operai. Queste filande, nel giro di poco più di un decennio, si ridussero ad una sola, che arrivò ad occupare, nel 1898, 193 operai.
    A Forlì, invece, le filande sopravvissute erano quella della ditta Giuseppe Brasini e C., che avviò la sua attività nel 1880 e quella di Vincenzo Scanelli, che era 1'ex filanda di Ferdinando Gnocchi.
    La prima filanda era provvista di una caldaia a vapore della potenza di 40 cavalli, utilizzata per riscaldare 60 bacinelle e per alimentare un motore di 6 cavalli, che, a sua volta, azionava altri macchinari (impegnava complessivamente 103 persone). La seconda filanda era dotata di una caldaia della potenza di 30 cavalli che riscaldava 30 bacinelle e azionava un motore di 3 cavalli (dava lavoro a 77 operai). Di tutti questi 180 addetti, solo 5 erano uomini, mentre delle rimanenti 175 donne, 130 erano adulte e 45 erano ragazzine di età inferiore ai 14 anni.
    Il lavoro nelle filande infatti poteva essere svolto da donne e bambine senza alcuna qualifica e tutto questo consentiva ai proprietari di reclutare manodopera molto facilmente e a costi molto bassi.
L'assenza di organizzazione sindacale lasciava praticamente senza tutela questa forza lavoro, che percepiva bassissimi salari, lavorava in condizioni igieniche precarie e con orari di lavoro assai pesanti, che andavano dalle 5 del mattino fino alle 12 e dalle 2 pomeridiane fino alle 7 e 30 della sera. I ritardi erano tollerati molto poco ed in caso di lavoro mal riuscito erano previste pesanti sanzioni, consistenti nella sospensione dal lavoro, da due fino agli otto giorni.
    Fu proprio grazie a questo utilizzo intenso delle maestranze e all'ampia diffusione dell'allevamento del baco da seta nelle campagne della Romagna che la produzione di seta greggia registrò uno sviluppo fiorente e dinamico.
    Se le filande forlivesi seppero collocarsi in posizione predominante, all'interno del mercato nazionale, sia nella produzione di seta greggia, sia parallelamente nelle attività di trattura e torcitura del filo, altrettanto non si verificò per la tessitura.
    Alla fine del secolo scorso erano solo tre le filande ancora attive a Forlì: la Filanda Scanelli, la Filanda "vecchia" e quella "nuova".
    La Filanda Scanelli, che occupava 80 operaie per circa 250 giorni l'anno, era stata avviata agli inizi dell' '800 dal Conte Ferdinando Gnocchi. L' attività passo poi nelle mani di Giuseppe Tonducci e in seguito in quelle di Vincenzo Scanelli. Quando nel 1899 questa filanda fallì fu rilevata dalla Ditta Panzeri e Tomiselli, ma nel giro di pochi anni, precisamente nel 1905, fu ceduta ai Fratelli Bonacossa di Vigevano, che, pochi anni dopo, la chiusero definitivamente.
    La Filanda "vecchia" fu fondata nel 1886 da Giuseppe Brasini, allora direttore della Banca Popolare, figlio di imprenditori forlivesi. Questa era dotata di una caldaia a vapore della forza di 40 hp. e di 60 bacinelle e teneva occupate, nell'anno in cui venne fondata, 103 operaie, salite poi a 158 nel 1900. Anche questa filanda ebbe una storia travagliata, passando, nel 1896, ad Aristide Panzeri, eppoi ai Fratelli Bonacossa. Rimase in attività fino al 1914, poi venne chiusa in maniera definitiva.
    La Filanda "nuova" venne costruita nel 1898 da Giulio Panzeri e fu rilevata nel 1899 da Mario Tomiselli, finendo anch'essa, nel 1900, ai Fratelli Bonacossa. Fu costruita con tecniche razionali e innovative, tanto che riuscì a produrre 30-40 kg di seta greggia al giorno. La seta prodotta, oltre a raggiungere livelli quantitativi molto elevati in rapporto agli standard nazionali, era di ottima qualità, cosicché si riuscì ad esportarla in Francia, Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti. Infine, nel 1908 fu rilevata dall'industriale Napoleone Maiani, il quale possedeva già una conceria di pelli che continuò a gestire.
    La Filanda Maiani fu l'ultima grande filanda forlivese e rimase in prosperosa attività per tutti gli anni '20, fino a quando la crescente crisi del settore e la concorrenza della la seta artificiale, provocarono un fortissimo decremento nella domanda. Nel 1926 la filanda Maiani era una delle più grandi dell'intera nazione, quanto ad estensione. Copriva infatti una superficie di 9.000 m
2, di cui 3000 coperti. Anche la produzione era molto consistente. La bacinelle utilizzate erano 240, i lavoranti circa 550 e disponeva di 30 hp di forza motrice. Tra le attrezzature impiegate nell'attività produttiva vanno menzionate le tre caldaie a vapore azionate a turno in modo da evitare interruzioni, un essiccatoio capace di lavorare in un giorno fino a 200 q.li di bozzolo, un impianto di aerazione che assicurava un ambiente di lavoro abbastanza sano, due sale di controllo, nelle quali la seta prodotta era sottoposta a varie operazioni, quali la piegatura e l'imballaggio.
    La produzione giornaliera raggiungeva i 120 kg di seta greggia di ottima qualità e di qualunque tipo, mentre i bozzoli lavorati in un intero anno erano circa 360.000 kg. La seta prodotta veniva suddivisa in matasse di varie dimensioni in base ai Paesi nei quali doveva essere esportata; queste matasse venivano poi spedite in parte in Italia e in parte in Germania, Francia, Svizzera, Stati Uniti e Inghilterra.
    La recessione mondiale del 1929, che generò effetti negativi su tutta l'industria italiana, l'agguerrita concorrenza interna ed internazionale condussero Napoleone Maiani al fallimento il 25 maggio del 1929. Si concludeva così, con la chiusura della più importante filanda forlivese, il capitolo della sericoltura locale.

 

BIBLIOGRAFIA:

Relazione sull'andamento economico della Provincia biennio 1927-28, C.C.I.A.A. Forlì, Forlì 1929;

Mazzei, La lavorazione delta seta a Forlì dal 1806 al 1929, C.C.I.A.A., Forlì

E. Caruso, Forlì. Città e cittadini tra Ottocento e Novecento, Edizioni del Girasole, Forlì 1992;

AA.VV., Storia di Forlì. L'età contemporanea, ed. da Cassa dei Risparmi di Forlì, Forlì 1992.

 

 

ORSI MANGELLI (POI SAOM) E SIDAC S.P.A. -

    A Forlì, una delle sfide industriali più interessanti è sicuramente rappresentata da quella della Orsi Mangelli, che nel periodo fra le due guerre mondiali inizia una fervida attività scelta e dettata dalle tendenze in atto alla fine degli anni '10, che mettevano in rilievo la spiccata e progressive importanza della produzione di seta viscosa. Conferma tutto ciò il fatto stesso che la produzione nazionale sia aumentata di 15 volte tra il 1920 e il 1925. Questi valori denotano una pesante incidenza italiana sul mercato internazionale, facilitate in ciò dai bassi salari e dalla consistente disponibilità di manodopera.
    Forlì anticipa, in questa nuova attività, analoghe realtà industriali di Ferrara e Ravenna. A differenza di queste ultime però, il polo industriale forlivese presenta varie debolezze di fondo, costituite principalmente dalla mancanza di infrastrutture appropriate, quali un porto fluviale o marittimo, un quadro normative ad hoc ed un adeguato sostegno pubblico.
    Il Conte Paolo Orsi Mangelli, Amministratore Unico della Società, non ottiene dal Ministero delle Finanze neppure 1'esenzione dal dazio doganale per i macchinari tedeschi del nuovo stabilimento. Gli impianti entrano in funzione alla fine del 1926 con una capacita produttiva annua di circa 700.000 mila kg. I1 capitale sociale viene portato, nel giro di pochi mesi, da 6 a £. 17.000.000. Nel febbraio del 1928 viene ulteriormente incrementato, raggiungendo la somma di £. 20.000.000, interamente versati.
    Le maestranze impiegate nei primi 5 anni si aggirano intorno alle 1.400-1.500 unità. Di queste la percentuale femminile è cospicua, in considerazione del fatto che durante il biennio 1927-1928 le filande, trovandosi in grave crisi, espulsero buona parte della loro forza lavoro.
    La neonata impresa necessitava di agevolazioni creditizie, dal momento che si trovava nella delicata fase iniziale dell'attività produttiva, con scarse possibilità di ammortamenti e con grandi quantità di cellulose da importare. La difficile congiuntura viene superata nell'aprile del 1928 con 1'emissione di obbligazioni per 10.000.000 di lire, emissione legata al fatto che un'eventuale cessazione dell'impresa avrebbe prodotto gravi conseguenze di ordine sociale e politico.
    Il settore delle fibre artificiali dunque regge abbastanza bene o quantomeno meglio di tanti altri alla crisi che investe il mercato nazionale e internazionale nei primi anni '30.
    La Orsi Mangelli infatti riesce ad ottenere un primo mutuo di 2.000.000 di lire dalla Banca d'Italia nell'ottobre 1931; a questo ne segue poi un altro, da parte dell'IMI, per un importo di 6.000.000 di lire. Le stesse autorità locali si mobilitano per fare cessare la minaccia della chiusura dello stabilimento.
    Queste azioni sono riconducibili a ragioni, non solo politiche, ma anche economiche, considerate il fatto che questa industrial produttrice di seta artificiale, viene ritenuta una delle poche che ancora possa offrire localmente prospettive di sviluppo.
    A questo riguardo basti considerate il raffronto di alcuni dati relativi al biennio 1930-1931: la produzione nazionale di seta artificiale passa da 30.000.000 di kg nel 1930, a 34.000.000 nel 1931, mentre 1'esportazione cresce da 19 a 21.000.000 di kg nello stesso arco temporale. Si tratta di valori molto significative, che segnalano la vivacità di un settore che trova vasto consenso, sia all'estero che sul mercato interno.
    La crisi di questi anni vede però calare ulteriormente il livello dei salari. Comunque, nonostante tutto, grazie all'aiuto dello Stato e delle forze locali, l'Azienda riesce a superare brillantemente questa difficilissima congiuntura.
    Il 3 ottobre 1929 nacque la Società Italiana di Applicazione Cellulosa (la SIDAC): una Società per Azioni, il cui capitale sociale fu sottoscritto, oltre che da un gruppo belga (la Compagnie Internationale des Industries Chimiques) e dal Presidente dello stesso, anche dalla Orsi Mangelli per il 40%. La sede amministrativa era a Milano, ma la Società impiantò a uno stabilimento dedito alla produzione del cellophane. Questo nuovissimo materiale sintetico rappresent6 per 1'economia locale, ma ancor più per l'Italia nel suo complesso, un elemento di grande importanza. Ben presto la produzione giornaliera di questo impianto passò da 1.000 a 2.500 kg, giungendo ad occupare 650 persone.
    Per lo svolgimento dell'attività produttiva veniva importata cellulose da Norvegia, Svezia, Finlandia ed America, da cui provenivano anche altre materie prime. I flussi di esportazione consistevano in produzioni di cellophane e celluloide.
    Ma a questa promettente situazione aziendale, non facevano riscontro buone relazioni sindacali. La classe operaia era infatti alle prese con varie questioni: c'era il problema delle difficili condizioni ambientali nelle quali lavoravano gli operai e c'era il problema generalizzato delle basse retribuzioni, associate ad orari di lavoro pesanti, dovuti anche al ciclo continuo.
    Nel 1934 la Società Anonima Orsi Mangelli cambia la propria denominazione in quella di "Società Azionista Orsi Mangelli - SAOM-RAYON-Forlì".
    La seconda meta degli anni '30 segna per 1'economia forlivese un momento importante. In questo periodo si assiste ad un consolidamento delle imprese più vitali; tra queste la SIDAC. A questa situazione positiva se ne affianca un'altra: la proliferazione delle ditte nel comparto abbigliamento.
Va comunque rilevato che la SAOM rimane l'unica industria Forlivese con oltre 1.000 dipendenti, in un contesto nel quale solo 33 aziende superano i 100 dipendenti.
    Nel 1939 venne istituito un reparto per il recupero del cellophane e per la relativa nitrazione, nonché per la nitrazione del linter, cosicché lo stabilimento forlivese si dedicò anche alla fabbricazione di pellicola di cellulosa rigenerata (cellophane normale e laccato).
L'Orsi Mangelli all'inizio degli anni '40 deve ridurre il proprio ritmo produttivo, poiché, a causa della guerra, non riesce ad ottenere le materie prime indispensabili per la propria attività; ciò chiaramente si riflette sul mercato del lavoro.
    La situazione peggiora ulteriormente a causa della politica salariale a cui l'Azienda è obbligata per la situazione di mercato: il generale malcontento esplode, durante la guerra, in rivendicazioni operaie tese ad ottenere paghe più adeguate al costo della vita.
    Ecco quanto si legge nella relazione che il Questore di Forlì fa al Prefetto nel marzo 1943: "II senso di disagio della popolazione, specialmente della classe impiegatizia e operaia, è reso ancora più acuto dalle difficoltà di carattere economico, derivanti dalla sperequazione dei salari con il costo della vita in progressive aumento. A questo proposito è da segnalare un tentativo da parte di un gruppo di operai dello stabilimento Orsi Mangelli di ottenere il miglioramento dei salari, tentativo che si ritiene avesse peraltro finalità politiche e che pertanto è stato subito represso con il fermo di un capo reparto, al quale viene fatta risalire la responsabilità dell'azione".
    Durante il conflitto mondiale la situazione è estremamente difficile per la SIDAC, costretta all'inattività per la mancanza di materie prime, come testimonia il promemoria indirizzato a Benito Mussolini dal Prefetto di Forlì nel 1944: "La Orsi Mangelli avrebbe dovuto chiudere, se non fosse intervenuto il prestito di una partita di cellulose effettuato dalla SNIA Viscosa, prestito che consentirà alla Società di continuare la produzione fino al mese di giugno.L' annesso stabilimento della SIDAC, avendo esaurito le scorte, cesserà la produzione entro il 20 corrente e sembra che le maestranze saranno precettate per la Germania. A prescindere dalla circostanza che si tratta della chiusura dell'unico importante stabilimento della Città di Forlì, sta il fatto che la chiusura avrà dannose ripercussioni sulla massa operaia (1.334 attualmente). Per tutto quanto sopra un interessamento presso il competente organo germanico, allo scopo di evitare la chiusura dello stabilimento, sarebbe oltremodo opportune e gradito".
    Nel dopoguerra l'attività produttiva riprende rapidamente, grazie anche al fatto che gli impianti erano sfuggiti ai gravi danni provocati dai bombardamenti e dalle rappresaglie delle truppe tedesche in ritirata, grazie anche alla determinazione con la quale la direzione e le maestranze avevano vigilato sui macchinari.
    Il 1949, anno particolarmente "caldo", sia politicamente che sindacalmente, vede le maggiori industrie forlivesi e cesenati colpite da scioperi ed agitazioni che per la Orsi Mangelli e per la SIDAC furono assai pesanti a causa della "vulnerabilità" dei loro impianti a ciclo continuo.
    Un momento di particolare tensione si ebbe quando la Direzione procedette al licenziamento collettivo di 218 dipendenti segnalatisi fra i più facinorosi.
    Nel 1955 inizia la produzione del polietilene estruso in fogli e tubi, confezionati e stampati: tali lavorazioni, già attive presso lo stabilimento di Milano-Crescenzago, vennero infatti trasferite presso la fabbrica di Rasica.
    In questo stesso anno cessa nello stabilimento forlivese la lavorazione dei linter di cotone, per la trasformazione in nitrocotone finalizzato alla produzione della celluloide.
    Il 22 febbraio 1967 accade un evento di rilevanza cruciale per la vita dell'impresa: la società azionaria Orsi Mangelli-SAOM-RAYON-FORLÌ' si fonde con la Società Italiana di Applicazione Cellulosa (SIDAC) S.P.A., mediante incorporazione di quest'ultima nella prima.
    La fusione viene attuata sulla base delle rispettive situazioni patrimoniali al 31 dicembre 1965 e viene realizzata secondo le seguenti modalità: la società incorporante aumenta il capitale sociale di £.2.100.000.000, mediante 1'emissione di 4.200.000 azioni da £. 500 ciascuna. Tale aumento ha lo scopo di facilitate la deliberata fusione, dando alla società un'adeguata struttura finanziaria che permetta di realizzare gli obiettivi della fusione stessa, consistenti nell'ammodernamento e nell'accrescimento degli impianti e nell'aumento della capacità produttiva per poter conseguire ancora pi6 efficacemente lo scopo sociale della propria attività aziendale; inoltre, le 1.400.000 azioni, da £. 1.500 ciascuna, appartenenti alla SIDAC vengono annullate e distrutte dalla società incorporante.
    La SIDAC cessa così di esistere e pertanto la incorporante SAOM assume la denominazione "Società Azionaria Orsi Mangelli SAOM-SIDAC", subentrando di pieno diritto in tutti i beni, crediti e diritti di qualunque genere e valore, costituenti il patrimonio della società incorporate, come pure in tutti gli obblighi, impegni e passività della stessa di qualsiasi natura, tanto anteriori che posteriori al gennaio 1966, nulla escluso o eccettuato, intendendosi con ciò sostituire la società incorporante alle incorporate in tutti i relativi diritti, compiti e rapporti anche di fatto.
    In seguito all'effettuata fusione vengono a cessare tutte le cariche sociali dell'incorporata. Lo stabilimento di Forlì svolge cosi attività di produzione di rayon alla viscosa, fiocco alla viscosa, fibra poliammidica Forlìon, cellophane e sue rilavorazioni, estrusione di polietilene e sue rilavorazioni.
Negli anni '70 la pesante crisi del mercato nazionale ed estero del settore del rayon e del cellophane fa registrare all'impresa un andamento fortemente negativo.
    L'atto di fusione viene stipulate dal Notaio Giuseppe Gazzaniga di Milano, in presenza del Conte Pierfrancesco Orsi Mangelli, nella sua qualità di presidente del Consiglio d'amministrazione e nella sua qualità di legale rappresentante della SAOM, società avente un capitale, a quell'epoca, di lire 4 miliardi interamente versato e durata fissata al 31/12/2000. Era presente invece per la SIDAC il Rag. Alessandro Panzio in qualità di consigliere delegato della società stessa, avente un capitale di £ 2.100.000.000. interamente versato e durata fissata al 31/12/2000 si veda Archivio C.C.I.A.A. Forlì, Busta "Orsi Mangelli").
    La SNIA VISCOSA era in grado di mettere sul mercato una produzione decisamente superiore a quella della SAOM SIDAC grazie ad impianti più competitivi e ad una presenza più aggressive sul mercato.
    Pur essendo l'impiantistica della Orsi Mangelli efficiente, grazie a costanti investimenti, le dimensioni aziendali della Società non erano più economicamente valide ed era necessario un piano di ristrutturazione e riconversione adeguato che poteva essere effettuato solo nel pia ampio quadro della chimica nazionale e con l'apporto di notevoli capitali. A tutto questo va aggiunto che la Società presentava una situazione economico finanziaria difficile, dal momento che le banche avevano ristretto drasticamente i fidi e conseguentemente risultava difficile gestire I'azienda senza l'apporto immediate di nuovo denaro.
    La situazione del mercato e quella finanziaria peggiorarono a tal punto che alla fine del 1972 si arrivò alla cessazione della produzione del rayon, con conseguente chiusura di questo reparto e con il licenziamento collettivo di tutti gli addetti (oltre 830 dipendenti).
    Continuarono invece sino ai primi mesi del 1976 le produzioni di nylon e di cellophane, quando la proprietà passò dalla famiglia Orsi Mangelli ad altra Società, la SAM SIDAC S.p.A., il cui Presidente e Legale Rappresentante, Avv. Carlo Gotti Porcinari, pur avendo praticamente ricevuto l'azienda "a costo zero", non riuscì ad evitare il fallimento, che fu dichiarato dal Tribunale di Milano, con sentenza emessa l'1 agosto 1977.
    Con quella sentenza veniva fissato il termine di 20 giorni dalla data di affissione per la presentazione dei crediti nella cancelleria del Tribunale. Pochi giorni dopo veniva presentato al Tribunale un ricorso per l'autorizzazione alla continuazione temporanea dell'esercizio d'impresa, a fronte dei gravi rischi di ordine tecnico ed economici a cui si sarebbe andati incontro ordinando il fermo degli impianti a ciclo continuo dello stabilimento. I rischi si riferivano al pregiudizio relativo alla futura efficienza degli impianti, in mancanza di un fermo tecnico, con un preavviso di almeno 25-30 giorni, tempo indispensabile per porre in essere le complesse e delicate operazioni di disattivazione degli impianti a ciclo continuo.
    Collegato a queste problematiche esplode anche il problema occupazionale. Nello stabilimento di Forlì al tempo erano occupate 1.048 unità tra operai, dirigenti e tecnici, oltre ai 92 addetti dello stabilimento di Rasica, mentre circa 40 impiegati amministrativi erano presenti negli uffici della sede di Milano.
    A tutti i sopracitati problemi andarono poi aggiunte altre motivazioni di ordine economico, legate alle commesse già in produzione e da completare.
    Il curatore, sulla base di questa sequenza di problemi oggettivi, chiese al Tribunale il proseguimento dell'attività degli stabilimenti di Forlì e di Rasica per un periodo non inferiore a 40 giorni.
    Il Tribunale, esaminato il ricorso, per evitare i danni che sicuramente sarebbero derivati dalla sospensione dell'attività produttiva, ritenne conveniente consentire la prosecuzione temporanea dell'attività d'impresa fino alla fine del 1977, intendendo tale termine come quello entro il quale avrebbero dovuto essere ultimate anche le operazioni necessarie per il fermo tecnico di tutti gli impianti.
    Nei primi mesi del 1978 il curatore vendette il comparto nylon all'imprenditore biellese, Emilio Falco - che costituì la società FORTEX S.p.A. - ed affittò il comparto cellophane ad una cooperative formata da ex dipendenti, denominate Nuova SIDAC; quest'ultima fu poi acquisita dallo stesso Emilio Falco, che così unificò le due realtà, dando vita alla FORTEX SIDAC S.p.A..
Questa nuova azienda ha proseguito l'attività di produzione del cellophane fino al 1984 e quella del nylon sino al 1993.
    Intanto, nel corso del 1992, Emilio Falco, a sua volta, aveva ceduto la FORTEX SIDAC S.p.A. ad un gruppo di imprenditori Forlivesi e ravennati, ai quali si deve l'ultimo progetto edilizio di ristrutturazione e riqualificazione dell'area. Ebbe così fine la storia della più grande industria Forlivese.
    Il 30 settembre del 1977 il curatore del fallimento depositò un secondo ricorso, chiedendo I'autorizzazione a prorogare 1'esercizio d'impresa degli stabilimenti di Forlì e di Rasica fino al fine dell'anno. Il Tribunale osservò che il fermo degli impianti, trattandosi di un'industria chimica a ciclo continuo di lavorazione, avrebbe comportato oltre ad una spesa di 150 milioni per le operazioni di arresto e di 130 milioni mensili per l'ordinaria manutenzione, una sicura svalutazione del loro valore di mercato di oltre i 4/5. Tuttavia, essendo il Governo impegnato con una primaria azienda nazionale per presentare, entro ottobre o al massimo la prima metà di novembre, una concreta offerta di rilievo dell'azienda, il Tribunale ritenne giusto conservare il valore di mercato del complesso aziendale, mediante la continuazione dell'esercizio dell'impresa per il tempo strettamente necessario per verificare il fondamento della notizia, cioè fino al 30 novembre 1977

BIBLIOGRAFIA:

Archivio C.C.I.A.A., Busta "Orsi Mangelli";

Archivio S.d.R., Relazione del Questore al Prefetto di Forlì il 31 marzo 1943, b.9;

Archivio S.d.R., Fondo Flamigni;

P.P.D'Attorre, Le fabbriche del Duce. L'industria forlivese tra le due guerre, in "Memoria e Ricerca", 1993, p.35.

 

 

 

SOCIETÀ' GIOVANNI ROMANINI E C. -

Romanini.jpg (57968 byte)La Società in Accomandita Semplice Giovanni Romanini e C. viene costituita in data 20 maggio 1920, da Giovanni Romanini, che ne diventa gerente e socio accomandatario e da Ugo Magri, Giuseppe Gherardi, Vittorio ed Elda Melloni, Luigi Guadagnini, Domizio Mercuri, Secondo Lega, Antenore Garavini ed Augusto Pantoli, in qualità di soci accomandanti.
Merita a questo punto una citazione particolare il fatto che lo stesso Giovanni Romanini nel 1926 fu il fondatore ed il I° Presidente dell'Unione Industriale della Provincia di Forlì, della quale restò alla guida con dedizione e perizia per 11 lunghi anni, fino al 1937.
    La ditta aveva per oggetto sociale la fabbricazione ed il commercio di surrogate del cuoio ed affini, soprattutto del prodotto denominate "Parquoio" ed operava negli immobili di proprietà sociale, siti a Forlì, nelle Vie Piero Maroncelli e Silvio Pellico, costituiti da fabbricati con uniti magazzini e filanda di seta.
    La durata della Società venne, inizialmente, fissata sino al 31 dicembre del 1930, mentre il capitale sociale, che ammontava a £. 400.000, era stato conferito in contanti dal soci, secondo carature da £. 25.000.
    Nel corso del 1921, il socio Antenore Garavini cedette la propria quota di capitale al Dott. Domizio Mercuri, anch'egli già socio: probabilmente tale decisione fu dovuta alle iniziali difficoltà che la Società aveva attraversato. Ancora nel 1921 essa si trovava nella fase preparatoria, a seguito di problemi connessi al reperimento dei macchinari, ordinati all'estero ed alla predisposizione dei locali per la lavorazione.
    Comunque, già tra il 1922 ed il 1923 vengono conseguiti i primi risultati positivi sotto la guida del direttore generate, Arnaldo Ferraguti. La produzione raggiunse mensilmente i 10-12.000 m circa di parquoio, mentre il personale superava di poco le venti unità, tra impiegati ed operai.
    Ben presto, però, l'attività produttiva cominciò ad aumentare e parallelamente si ampliarono le dimensioni dei locali, si acquistarono nuovi macchinari e furono effettuate nuove assunzioni. A metà degli anni '20, la ditta contava circa 50 dipendenti, con una produzione che raggiungeva i 35.000 m mensili, vale a dire oltre 400.000 m all'anno, per un valore di circa 7.000.000 di lire.
    All'epoca la fabbrica era costituita da sei padiglioni per la lavorazione e da diversi magazzini per il deposito delle materie prime e dei semilavorati, che complessivamente occupavano una superficie di 4.000 mq. La produzione era svolta all'interno di diversi reparti, uno per la lavorazione delle masse per la pettinatura, un secondo per la spalmatura meccanica delle masse dei tessuti di cotone ed un terzo per la calandratura e per l'impressione di disegni sul prodotto già lavorato.
    Le principali materie prime usate, oltre ai tessuti di cotone, base delle lavorazioni e fonte maggiore di costi, erano la cellulose ed i suoi derivati, oli vegetali, gomma-para, terre odoranti, alcool ed etere solforico e, come solventi, acetone e benzina.
    I mercati più importanti per le lavorazioni della ditta erano rappresentati dalle piazze delle città più grandi, come Milano e Torino, frequentate da numerosi grossisti, mentre i consumatori di prodotti finiti erano dispersi sull'intero territorio italiano, e, al tempo stesso, numerose erano le richieste anche da parte di ditte estere, in particolare, austriache, spagnole e del Centro America.
    Per far fronte ad un'attività sempre più intensa, la ditta decise, il I° giugno 1926, di trasformarsi, da Società in Accomandita Semplice, in Società Anonima. La sede sociale venne trasferita a Milano, città che costituiva il principale mercato di destinazione della merce della fabbrica forlivese. Il capitale sociale rimase invariato in £. 400.000, ma fu suddiviso in 400 azioni al portatore, da lire 1.000 ciascuna, assegnate ai soci in proporzione delle carature precedentemente possedute. L'anno seguente, tuttavia, la sede legale della società fu nuovamente trasferita a Forlì.
    Negli anni successive, nonostante il periodo di gravi difficoltà che colpì tutta 1'economia italiana sul finire degli anni '20, l'impresa continuò ad espandersi: nel 1931, a seguito di ampliamenti apportati alla dotazione di macchinari, si avviò la produzione di tele zigrinate ad integrazione delle lavorazioni precedenti. Probabilmente proprio in tale propensione alla crescita vanno ricercate le cause del progressive dissesto dell'azienda; il periodo infatti si presentava irto di difficoltà, di carattere economico e sociale, che impedivano alla domanda del mercato di risollevarsi dopo la grande crisi del 1929.
    I1 bilancio di esercizio della società Romanini, nel 1931, si chiuse infatti con una perdita di lire 160.595. Sembra quindi possibile concludere che la particolare nicchia di mercato in cui la Società operava, quello della lavorazione di tessuti e del cuoio, non abbia, all'epoca, potuto beneficiare dei sostegni finanziari accordati dal regime a diverse altre imprese della zona, attive in settori che meglio si prestavano a conversioni produttive, per commesse militari, come ad esempio accadde alla Orsi Mangelli, alla Forlanini, alla Bonavita, alla Becchi ed anche all'Arrigoni.
    Si trattava infatti di imprese attive in settori di vitale importanza per garantire i rifornimenti continui di cui abbisognavano le forze armate. La Romanini non trovò alcun tipo di opportunità favorevole nella particolare congiuntura economica sembra anzi che la domanda di prodotti del suo settore abbia registrato un forte decremento.Nel 1939 Giovanni Romanini, in qualità di amministratore unico, dichiarò la cessazione dell'attività."

BIBLIOGRAFIA:

Archivio Tribunale di Forlì (ATB), Busta "Romanini";

Archivio C.C.I.A.A., Busta "Romanini";

Archivio ATF, Busta "Romanini".

E. Casadei, Monografia Industriale di Forlì, Forlì 1933, p.233.