Biografie

(tratto da  Personaggi della vita pubblica di Forlì e Circondario. Dizionario Bio-Bibliografico 1897-1987, a cura di L. Bedeschi e D. Mengozzi, QuattroVenti, Urbino 1996)

Per le fonti e le bibliografie specifiche si rimanda al testo

Balducci Alessandro
Bellini Giuseppe
Braschi Giovanni
Ceccarelli Ercole
Fortis Alessandro
Gaudenzi Giuseppe
Gray Ezio Maria
Guarini Filippo
Mingozzi Romeo
Pasini Adamo
Prati Giuseppe
Saccomandi Pietro
Scozzoli Vincenzo
Valmaggi Aurelio

Balducci Alessandro
(Rimini I858-Genova 1904), avvocato.

    Di famiglia benestante e legittimista, in giovanissima età aveva perso il padre. Avviato agli studi presso il seminario di Rimini, in seguito lo abbandonava per completare la sua formazione al liceo cittadino, ove consolidava la propria cultura letteraria e stringeva amicizia con Giovanni Pascoli.
    Dopo avere frequentato per circa due anni la facoltà di Lettere all'Università di Bologna,  allievo di Giosuè Carducci, intraprendeva poi i corsi di Giurisprudenza.
    In quel periodo si era avvicinato, sotto l'influenza di Pascoli ed Andrea Costa, al movimento socialista, anzi, nel 1879 era stato arrestato con altri giovani romagnoli accusati di appartenere all'lnternazionale e, dopo due mesi di carcere, prosciolto in istruttoria.
    Conseguita la laurea nel 1882, aveva svolto pratica a Bologna, presso lo studio legale di Oreste Regnoli.
    Dalla fine del 1884, con la moglie Ester Righi, si era trasferito a Forlì per dedicarsi all'esercizio della professione. Nel capoluogo romagnolo dava inizio ad una proficua opera di organizzazione e propaganda politica inizialmente inserito nell'ambiente del Partito socialista rivoluzionario.
    Collaboratore de "La Rivendicazione" di Germanico Piselli, allora massimo esponente del movimento forlivese, si presentava candidato alle amministrative del 1887 e per la prima volta veniva eletto consigliere comunale.
    La sua partecipazione alla redazione del giornale e l'intesa con il direttore avevano termine nei primi mesi del 1888, per essersi i due indirizzati verso linee divergenti; se Piselli, infatti, si manifestava incline al comunismo anarchicode, che pure aveva dismesso le teorie costiane, si andava avvicinando alle tendenze dei socialisti milanesi.
Nel giugno 1889, con Costa, Piselli, Amilcare Cipriani ed Umberto Brunelli poi sostituito da Ferdinando Valducci, era stato designato rappresentante del socialismo romagnolo ai convegni indetti a Parigi in occasione dell'Esposizione Universale e del Centenario della Rivoluzione; ed assisteva, senza intervenire come da mandato, ai lavori del Congresso operaio socialista (il cosiddetto "possibilista">).
    Nell'agosto successivo, a Castelbolognese, presiedeva - al posto di Costa, costretto all'estero onde evitare l'arresto al termine della sessione parlamentare - l'adunanza delle Federazioni Socialiste Rivoluzionarie Romagnole per fornire la relazione sugli esiti dei congressi parigini.
    Nella stessa seduta, con Gaetano Zirardini, Nullo Baldini, Piselli e Bruneri, era incaricato di stilare il programma amministrativo del partito; nonostante il manifesto concordato contenesse affermazioni di principio proprie dei socialisti rivoluzionari, in esso già emergevano, come è stato osservato, gli accenni alla possibilità di ricorrere a riforme parziali ed immediate, attuabili atl'interno del sistema legislative vigente.
    Unico socialista ed essere eletto consigliere comunale nell'ottobre dello stesso anno, egli, tuttavia, rassegnava irnmediatamente le dimissioni per protesta contro il rafforzamento di una lista repubblicano-moderata piuttosto ambigua - secondo le cronache - a causa dell'influenza che il governativo Alessandro Fortis (v.) ancora esercitava sul mazzinianesimo cittadino.
    Dal dicembre 1890 al I892, B. aveva assunto la direzione del settimanale "La Lotta"; attraverso il giornale, rimasto unico portavoce del socialismo forlivese dalla scomparsa de "La Rivendicazione"  nel settembre 1891, contribuiva alla diffusione degli scritti della "Critica sociale" e di traduzioni da riviste economico-politiche europee. In tal modo andava improntando il locale movimento operaio ad una linea moderata e legalitaria - fino a quel momento sconosciuta - il cui espandersi era parzialmente favorito dalla crisi nella quale versava il Partito socialista rivoluzionario e dagli atteggiamenti non sempre coerenti di Piselli.
    A rappresentanza delle Federazioni socialiste di Forli, Cesena, Santarcangelo e Castelbolognese, e di alcune organizzazioni operaie, nel 1892 prendeva parte al congresso di fondazione del Partito dei lavoratori italiani; e, nella sala di via della Pace, si schierava a favore di Turati, pur non accettandone acriticamente - secondo quanto riportato in recenti studi - le proposte in tema di modifiche al progetto di statuto del nuovo partito, giudicandole troppo avanzate.
    Della corrente graduatista milanese egli si rinnovava portatore a Forlì con la fondazione, nel 1893, e la direzione del settimanale "II Risveglio".
    Assai attivo anche nella veste di organizzatore economico, B., che già dal maggio 1896 faceva parte del comitato direttivo del Consorzio delle Cooperative romagnole, passava alla segreteria dell'Associazione braccianti, dopo gli esiti della nota spedizione in Grecia e gli avvenimenti che avevano condotto Piselli all'estromissione dalla vita politica della citta; sicchè, pure in virtù del prestigio che il suo stato sociale gli conferiva, assumeva la guida del locale socialismo, per essere poi, nel maggio 1896, nominato membro della direzione centrale del partito per le quattro federazioni romagnole.
    Nei rapporti con il repubblicanesimo forlivese, superata una primitiva diffidenza culminate nella sua adesione al principio dell'intransigenza al congresso di Reggio Emilia del 1893, si adoperava in seguito per promuovere l'alleanza tra le due formazioni popolari, soprattutto da quando Giuseppe Gaudenzi (v.) era giunto alla testa del mazzinianesimo locale.
    Il suo tentativo di mediare forze che, specialmente dopo l'uccisione del socialista cesenate Pio Battistini, si erano vieppiù scontrate, otteneva uno dei maggiori successi nel corso della reazione crispina, mediante la costituzione della Lega per la difesa della libertà, alla quale avevano aderito tutte le schiere dell'estrema sinistra.
    Oppositore tenace di Fortis, da tempo contro l'ex mazziniano aveva dato vita ad una campagna la cui violenza si era manifestata negli echi dello scandalo suscitato dal fallimento della Banca popolare, presieduta dallo stesso Fortis, e nel corso della propaganda per le politiche del 1897, nella fase di ballottaggio tra il parlamentare forlivese ed il repubblicano Antonio Fratti, il tono di un comizio meldolese tenuto da B. nell'appoggiare il candidato popolare, era tale da indurre il deputato liberale a sporgere querela. II processo che, come informa la stampa dell'epoca, aveva attirato una forte attenzione - e non solo in ambito cittadino, data la statura politica di una delle parti - si concludeva in primo grado con la condanna dell'avvocato socialista ed in appello, nel luglio dell'anno successivo, con la remissione dell'atto da parte di Ferris.
    I noti avvenimenti del 1898 vedevano B. impegnarsi, da un lato, a sostenere di fronte all'autorità prefettizia le rivendicazioni bracciantili contro la disoccupazione ed il rincaro dei generi di prima necessità e, dall'altro, a seguito dei moti del gennaio e del maggio, nella difesa degli estremisti nei procedimenti avviati a Forlì ed in altre zone della Romagna durante la seconda ondata della repressione governativa.
Egli, anzi, analizzava i tumulti che avevano caratterizzato la zona riminese in un saggio apparso a puntate su "II Risveglio".
    Il giornale, infatti, dopo la biennale parentesi Bolognese, aveva ripreso le pubblicazioni a Forlì dal gennaio 1899; e, sebbene non più diretto dall'avvocato socialista, continuava a rifletterne la linea riformista, con frequenti richiami alla diffusione dell'istruzione tra le classi lavoratrici.
    Nel febbraio del medesimo anno B. perdeva la moglie, dalla quale aveva avuto un unico figlio, Rolando. Poco dopo veniva riconfermato alla direzione nazionale del partito. Agli inizi del secolo B. intensificava la sua azione in campo economico-sindacale, promotore delle prime leghe di categoria sorte nel forlivese, cercava di raggiungere l'unità del movimento al di sopra della mera definizione partitica, coinvolgendo anche il proletariato non socialista.
    Proseguendo in tale direttiva, aveva contribuito alla costituzione della Fratellanza Contadini di Forlì: sorto nell'aprile 1900, l'organismo, pur essendo di maggioranza repubblicana, era retto da un balducciano, Arturo Zambianchi (v.), coadiuvato da un colleqio consultivo nel quale comparivano lo stesso avvocato, Gaudenzi ed Egisto Ravaioli (v.).
    Nelle amministrative suppletive del 1901, B. veniva rieletto agevolmente, data l'astensione dei moderati e dei cattolici.
    In consiglio municipale proseguiva la sua rigorosa politica di sostegno delle società cooperative, rivendicandone il diritto alla totalità degli appalti dei lavori da eseguire; così, fino a quando, superati i contrasti con la parte repubblicana, mediante accordi con il sindaco Giuseppe Beflini (v.), nel novembre la giunta accoglieva le richieste dei balducciani, stabilendone la decorrenza al 1° maggio dell'anno seguente.
    Ma la campagna anti-mazziniana di Enrico Ferri andava risuscitando i passati antagonismi, quantunque B. avesse cercato di mantenere un atteggiamento conciliante, la cui efficacia si era riflessa almeno fino alla nascita, nel dicembre 1901, della locale Camera del Lavoro, con il momentaneo placarsi della rivalità per la conquista della direzione; ed anche all'interno del socialismo forlivese già comparivano i sintomi di quella tendenza verso l'intransigente irrigidimento che negli anni a venire avrebbe condotto alla frattura tra i due partiti popolari.
    Le condizioni di salute di B., da tempo precarie, andavano aggravandosi ulteriormente verso il 1902; in quello stesso anno aveva rappresentato per l'ultima volta le sezioni romagnole al congresso nazionale del partito.
    Nel gennaio 1903, in Consiglio comunale, per non passare direttamente all'opposizione contro la maggioranza repubblicana si dimetteva con altri consiglieri di sua parte, legittimando cosi una situazione ormai di fatto creatasi; riconfermato nel successivo febbraio, andava a ricoprire uno dei tre seggi di minoranza.
    Ma, entro pochi mesi, era costretto a ritirarsi da qualsiasi attività politica, compresa la professione, e trascorreva l'ultimo periodo della sua vita in una clinica genovese.

 

(M.Monti)

 

Bellini Giuseppe
(Meldola 1862-Forlì 1932), avvocato e senatore del Regno.

Da repubblicano e monarchico: in questa metamorfosi la vita di B. sindaco repubblicano di Forlì, infine senatore del Regno, è legata strettamente ad un trentennio di storia cittadina e romagnola. Il suo nome, a seguito del mutato schieramento, compariva nelle carte dera polizia monarchica e poi fascista. Senatore nel 1919, solo nel febbraio I930 veniva radiato dallo schedario dei sovversivi. Consigliere comunale di Forli nel 1890 ed in altre successive tornate elettoraii, veniva eletto sindaco defla città nel 1901, nel I905 ed anche, dopo qualche intervallo, in seguito. B. aveva propugnato l'erezione di un moderno ospedale (inaugurato nel I9I5) e di opere di pubbhca utilità. Più volte candidato nelle elezioni politiche per il Partito repubblicano, nel 1913 riusciva deputato per il collegio di Pisa, ma in una elezione avvenuta alla fine della legislature, per cui non poteva partecipare ai lavori della Camera. Nel 1909 era intervenuto a Roma ai funerali dell'ex repubblicano forlivese ed ex Presidente del consigho Fortis (v.).Con ingenua o calcolata intenzione, era stato uno di quelli che tenevano i cordoni del carro funebre; donde le aspre critiche dei repubbhcani intransigenti forlivesi per il suo atteggiamento accomodante nei confronti di una manifestazione da loro considerata di carattere monarchico. Allora B. si dimetteva dalla carica di sindaco (marzo 1910). Fervente interventista nel primo conflitto mondiale, svolgeva poi opera efficace localmente dirigendo ed animando diverse iniziative per la resistenza civile. Allorchè, nel1916, Vittorio Emanuele III° si recava in visita nella citta, B., allora sindaco eletto il 22 luglio1915, lo accoglieva con manifestazioni di fede ed entusiasmo. Forse per quella solidorietà, ma, soprattutto, per la sua elezione a presidente della deputazione provinciale e, per tre volte, dello stesso consiglio, conseguiva i titoli per il futuro laticlavio concessogli il 6 ottobre1919. II repubblicano B. diveniva dunque senatore del Regno, la qual cosa suscitava scandalo in precisi ambienti politici forlivesi. Nel posto vacante di sindaco subentrava, il mese dopo, Giuseppe Gaudenzi (v.). Al senato B. diventava segretario della presidenza; come tale favoriva insieme ad altri la costituzione del gruppo fascista, apparso in quella elezione del dopoguerra.

 

(E.Santarelli)

 

Braschi Giovanni
(Mercato Saraceno, 1891-Faenza, 1959), deputato.

Nasceva nella valle del Savio da una famiglia di commercianti di legname che risentiva dell'influenza del vivace movimento cattolico cesenate che aveva i suoi uomini di punta nel canonico Giovanni Ravaglia e nel giovane Eligio Cacciaguerra e il benevolo patrono nel vescovo diocesano mons. Giovanni Cazzani. Dopo aver frequentato le scuole inferiori a Cesena entrava nel Seminario di Faenza per compiervi gli studi liceali. Era questo un centro di studi particolarmente qualificato per le discipline classiche ed umanistiche, e il rettore mons. Francesco Lanzoni contribuiva a dar lustro all'istituto con la sua fama di storico. Anche se il B. non si sentiva di accedere allo stato ecclesiastico, quegli anni di profonda formazione culturale e spirituale contribuirono a caratterizzare in lui una personalità di seria cultura, di rigorosa moralità, di sentita religiosità. L'origine praticamente campagnola lo rendeva attento ai problemi dei contadini, cui si rivolgevano gli sforzi organizzativi dei cattolici, e fin dagli anni della giovinezza egli si inseriva nelle associazioni sociali cattoliche del paese nativo, assumendosi responsabilità organizzative, coraborando fra I'altro alla pubbhcazione di un quindicinale locale di chiara matrice cristiana (1911). Sono del 1911 e 1912 le prime prove delle sue notevoli capacità organizzative, in occasione delle lotte contadine per il rinnovo dei patti agrari, in cui colse ottimi successi rivelando la tempra del leader.

Si iscriveva all'Università di Bologna seguendo i corsi di Giurisprudenza laureandosi al termine della prima guerra mondiale nel 1919. Nel frattempo aveva la possibilità di allargare le conoscenze a tutto I'ambito romagnolo e Bolognese venendo in contatto con la generazione che a cavaliere dei due secoli aveva portato fuori dalle secche dell'intransigentismo il mondo cattolico attraverso l'esperienza della Democrazia cristiana di Romolo Murri: esperienza politica ormai conclusa ma che doveva ancora portare a maturazione le istanze culturali, spirituali e politiche che aveva fatto sorgere.

Allo scoppio della prima guerra mondiale si arruolava volontario. Nominato tenente di fanteria veniva fatto prigioniero durante uno degli innumerevoh tentativi fatti per conquistare il Sasso Stria nelle Dolomiti sud-orientali. Prigioniero prima in Austria poi in Ungheria, durante il periodo di inerzia forzata si dedicava alla propaganda sociale e politica fra i commilitoni e alla stesura di un diario, strumento prezioso per la conoscenza del suo animo. Liberato dalla prigionia, al termine della guerra, rientrava a Forlì, ed accoglieva immediatamente l'invito di don Sturzo partecipando alla fondazione del Partito popolare italiano nella provincia di Forlì e divenendone immediatamente il capo. Ruolo che gli fu sempre riconosciuto anche per l'instancabile attivismo che lo contraddistingueva, e che lo rendeva quasi inimitabile. La sua azione si dilatava a tutti i settori cui la proposta politica del Ppi si rivolgeva. In modo particolare il campo sindacale, contadino, cooperativo lo videro partecipe non solo al fine di realizzare una organizzazione autonoma da possibili sudditanze ad ipotetiche forze moderate di origine cattofica che tendevano di imbrighare le istanze sociali del Ppi, ma anche nei confronti dei movimenti popolari republicano e socialista che nella lotta tornava ad esercitare prepotenze ed esclusivismi contro i Cattolici e le loro organizzazioni, non rifuggendo neppure dalla violenza fisica che anche il B. dovette subire Diveniva segratario della Federazione contadina nel 1920 poi, aderendo alla confederazione Italiana del lavoro, entrava a far parte della dirigenza nazionale. Fondava e dirigeva - dal 1923 al I927 - la <<Rivista Agricola Pomagnola>>.

Come esponente del Partito popolare veniva sempre più apprezzato così da essere candidato del partito al parlamento per la circoscrizione bolognese-romagnola ed eletto assieme a Fulvio Milani e Carlo Zucchini. La mentalità concreta ed aderente ai problemi gli faceva previlegiare, al di la delle grandi tematiche della politica nazionale ed internazionale, la continuità con gli impegni precedenti, per cui nella azione parlamentare si rivolgeva ai problemi del proprio collegio e a quelli del mondo operaio e contadino: <<Alla Camera [ ] chiese una legislazione sociale in grado di prevenire i conflitti; l'estensione della previdenza ai piccoli proprietari ed affittuari; il riordinamento all'istruzione agraria con I'accentuazione dell'indirizzo tecnico professionale ed amministrativo; lo sviluppo del credito agrario>> (Medri Tronconi).

Con l'estendersi ed affermarsi del regime fascista il B. viveva la vicenda del difficile e tormentato periodo, ne subiva le violenze e rieletto al parlamento nel I924 ne era dichiarato decaduto nel I927. Nel frattempo veniva percosso dai fascisti, gli era bruciata la casa di Monte Castello di Mercato Saraceno e devastato lo studio di Forli. A nulla valse l'opera sua e degli amici per contrastare I'affermazione del fascismo. A lui non rimaneva altro che adattarsi a svolgere I'attività professionale perennemente sorvegliato dalla polizia del regime.

La sua personalità aveva ormai segnato profondamente il mondo cattolico forlivese e l'uno non poteva fare a meno dell'altro. Impedito durante il ventennio fascista a ricoprire alcuna carica pubblica anche all'interno dell'Azione cattolica, il B. poteva sembrare emarginato ma di fatto era quanto mai presente perchè costantemente invitato dai parroci più coraggiosi a svolgere lezioni di cultura religiosa e di spiritualità ai giovani dei circoli parrocchiali, e qui era facile inserire un discorso politico dentro una visione profondamente alternativa della vita come era quella cristiana nei contronti della fascista. Unica carica ufficiale che il B. assumeva (I929) era la presidenza della Conferenza di S. Vincenzo della parrocchia di S. Mercuriale, offertagli da mons. Gaudenzi (v.) e confermatagli da mons. Adamo Pasini (v.). Era anche questo un modo per svolgere una concreta anche se silenziosa opposizione al fascismo, portando aiuti a quei poveri che il fascismo affermava inesistenti. Nel 1939 infatti I'attività delle Conferenze veniva proibita.

Alla caduta del fascismo il B. riprendeva immediatamente il posto di guida del cattolici, che di fatto gli apparteneva, e il 26 luglio I943 nella piazza di Forlì inneggiava alla libertà assieme agli antifascisti di altra estrazione culturale e politica. Entrava a far parte del Comitato politico cittadino. Dopo aver subito una rapina in casa, probabilmente ad opera dei rinati fascisti (6 ottobre), il 3 dicembre veniva arrestato e tradotto in carcere. La vigifia di Natale era liberato: <<Noto qui che a chiedere la liberazione e a ottenerla è stato il vescovo mons. Rolla, raccomandatosi vivamente al comandante della piazza, anche Franco Agosto è fra questi>> (Mambelli). Riparava quindi al nord per rientrare nel luglio del 1944; dopo la liberazione era nominato membro del CLN in rappresentanza della D.C. e riceveva diversi incarichi nell'amministrazione cittadina che conservava anche in anni successive. Membro della Consulta veniva anche eletto alla Costituente e Senatore di diritto nella prima legislatura come parlamentare pre-fascista. Assumeva anche incarichi in vari gabineti: sottosegretario al tesoro nel terzo gabinetto degasperi (1947), ministro delle poste e telecomunicazioni nel primo governo Segni (1955-57), era membro della direzione della democrazia cristiana.

Moriva a Faenza il 5 gennaio.

Franco Zaghini

 

Ceccarelli Ercole Adriano
(Forlì 1856-Ivi 1949), avvocato e uomo politico

Discendente da una famiglia di origine romana; il nonno paterno, infatti, avvocato Tommaso (1760-1845), si stabiliva a Forlì all'inizio del XIX secolo per meglio seguire la numerosa clientela del dipartimento del Rubicone. Il padre Giulio Cesare (18I5-1884), avvocato e governatore pontificio a Savignano, invece di arrestare Garibaldi la notte del primo agosto 1849, ne favoriva la fuga (Memorie della mia famiqlia e un episodio del passaggio di Garibaldi -per la Romagna nel 1 agosto 1849, Forlì, Soc, Tip. Forlivese, 1941). Conseguita la Maturità classica a Cesena, C. frequentava la facoltà di giurisprudenza a Roma. In questa città veniva introdotto dal concittaiino Aurelio Saffi in casa Nathan dove conosceva tra gli altri Federico Campanella e Maurizio Quadrio. La dimistichezza con questi personaggi rinsaldava gli ideali repubblicani ai quali era stato educato dalia tradizione famillare. Nel I876 inviava da Roma, sotto lo pseudonimo Ronco, alcune polemiche corrispondenze a <<Democrazia>>, periodico forlivese diretto da Antonio Fratti. C. si laureava a pieni voti con una tesi, poi pubblicata, su La donna e la sua incapacità agli uffici tutelari, Forlì, Bordandini, 1878. Il 15 febbraio 1879 sposava Maria Lanconelli di Alfonsine, nipote di quell'avvocato Ulisse Pantoli citato, quale esempio di onestà, da Massimo D'Azeglio in Ultimi casi i Romagna. Maturava il suo impegno politico alla luce dell'insegnamento di Aurelio Saffi che, avrebbe nel 1890, commemorandone la morte, ricordato come <<guida e maestro>> della religione del dovere e come <<raro esempio di carattere ravvolto nel manto della fede antica>> (Per la morte di Aurelio Saffi, Forlì, Tip. e Lit. Democratica, 1891 P.7). Esercitava la professione di avvocato ed era consulente legate per le Casse di Risparmio di Bologna e delle Province Lombarde. Nel 1883 collaborava a <<Il Cittadino Romagnolo,>, giornale politico-letterario di Forlì e nelle annate 1881,1882,1883 inviava corrispondenze al bolognese <<Don Chisciotte>>. Fin dal 1878 era consigliere comunale di Forlì. Nel 1889 veniva eletto, per consiglio di Saffi, primo sindaco repubblicano della città, In quell'occasione, per volontà dello stesso Saffi, C. si dimetteva dal partito per rappresentare più imparzialmente tutti i cittadini. Dal 1889 al 1893, era sindaco probo e modesto; si adoperava particolarmente per il miglioramento dell'istruzione pubblica: <<E' sempre per noi oggetto di studio d'ogni maggior sollecitudine il miglioramento delle scuole elementari, le quali estendono a tutti il beneficio di quella cultura che mira ad elevare le masse a dignità di popolo, cosciente dei doveri e dei diritti che li riguardano>> (Resoconto delta Giunta Municipale di Forlì dell'anno ammtiiistrattivo 1892. Letto al Consiglio nella seduta del 28 luglio 1893, Forlì, Tip. Democratica, 1893, P- I4). Era accanto a Giuseppe Gaudenzi (v.) nel 1894 quando si trattava di riorganizzare le file del partito , ma rifiutava la candidatura politica e insieme l'opportunità di affermarsi in campo nazionale. Nel primo decennio del XX secolo veniva eletto a capo di varie istituzioni: nel 1904 era consigliere della locale <<Dante Ahghieri>>, nel 1906 presidente della Camera di Commercio e nel 1907 della Società artigiana di Mutuo soccorso A.Saffi>>; presiedeva quindi il Comitato di assistenza nella guerra contro I'Austria e poi I'asilo <<Santarelli>>. Si ritirava poco dopo dalla scena pubbbca, vivendo appartato, dedito alla raccolta di memorie e testimonianze di storia del Risorgimento forlivese; scriveva due monografie Compagnie degli Orti e Memorie della mia famiglia e un episodio del passaggio di Garibaldi per la Romagna nel 1° agosto 1849 che avrebbe però pubblicato solo negli anni Quaranta, Nel giugno 1922 mandava a dire a Ettore Ferrari, ex deputato repubblicano, scultore e antico amico: <<Da qualche anno non vado a Roma; più che gli anni che pure non sono pochi - le contrarietà e i dispiaceri mi hanno fatto vecchio, e vivo chiuso nei ricordi di un tempo, che non ritornerà più [ ]. Non puoi credere quanto piacere mi abbia fatto ricevere una tua lettera e quanti ricordi io abbia rievocato leggendoti. Sono un dimenticato, e il sapere che vi sono anime buone che di me si ricordano mi è di conforto>> ( Civis, Giorgina Saffi e il monumento a Mazzini in <<ll Pensiero Romagnolo>>, 10 settembre I949). Si spegneva a 93 anni ,in quella povertà che è l'ornamento più bello per l'uomo pubblico e risultato di una Scuola di cui Aurelio Saffi era l'esponente rnaggiore. (civis, Ercole Adriano Ceccarelli e la sua famiglia, in <<La Piè>>, 1949 nn. II-12, P.229). Lasciava le carte e i documenti raccolti nei lunghi anni della sua vita al Museo del Risorgimento di Forli.

Franca Strocchi

 

Fortis Alessandro
(Forlì 1842-Roma 1909), avvocato e uomo policico.

Di famiglia medio-borghese; il padre, Luigi Carlo, forse originario della colonia ebraica di Lugo, era un noto commerciante in bachi da seta. Dopo avere compiuto gli studi umanistici al collegio arcivescovile S. Giorgio di Siena, il giovane F. nel 1862 si laureava in giurisprudenza presso l'universita di Pisa. Parente, per linea materna, di Gaetano Ghinassi ed Achille Cantoni, anch'egli, ancora adolescente, aveva fatto propria la causa risorgimentale e democratica ed aderito al Partito d'azione; già nel 1860 si era arruolato nei Cacciatori Marche ed in seguito partecipava alle campagne garibaldine del Trentino - nel Corpo volontari italiani - dell'Agro romano - come capitano aiutante maggiore del colonnello Cantoni - ed infine dei Vosgi. Conseguita la laurea, dopo avere trascorso un breve periodo a Torino presso I'avv. Casimiro Ara, si era trasferito a Bologna, per proseguire l'esercizio della pratica forense nello studio legale di Oreste Regnoli. In quegli anni dava inizio alla sua attivita politica, influenzato dal pensiero di Aurelio Saffi; nel giugno 1864 veniva per la prima volta eletto consigliere comunale di Forlì, per poi entrare a far parte dell'assemblea provinciale. Dal suo matrimonio con Elide Cocchi Salvi, cognata di Francesco Pais, nel 1871 nasceva la figlia Maria, andata sposa a Rinaldo Saffi.

Il decennio 1870-I88o, da F. trascorso prevalentemente nel capoluogo emihano, segnava la prima fase delta sua evoluzione ideologica, legatosi alla cerchia dei massimi esponenti mazziniani e massoni - riuniti nelle logge bolognesi Felsinea e Galvani e, a Forfi, nella Livio Salinatore - in breve diveniva una debe figure emergenti del Partito repubblicano, del quale, con Saffi ed Antonio Fratti, manteneva la direzione forlivese. Nel marzo 1874 era designato alla presidenza del congresso nazionalee delle Società operaie, e nell'agosto successivo compariva tra gh arrestati al noto convegno di Villa Ruffi. Probabilmente in quel periodo aveva già abbandonato la pregiudiziale astensionista, tant'è che partecipava, senza successo, alle elezioni politiche nel collegio di Bologna contro il conte Tacconi. Dopo I'avvento della Sinistra al governo, e I'approfondirsi delta frattura tra mazziniani intransigenti e partecipazionisti, al congresso di Genova del settembre I876 F. ribadiva la necessità dell'abbandono dell'antiparlamentarismo; nello stesso anno, infatti, si presentava candidato a Forlì, senza riuscire, contro il monarchico conte Giovanni Guarini (v.), presentando un programma incentrato sui consueti temi dell'allargamento del suffragio e dell'abolizione della tassa sul macinato. Negli anni seguenti il suo prestigio nelI'ambito politico della città andava crescendo, finchè, nel 1880, veniva eletto deputato e, due anni più tardi, nelle prime elezioni svoltesi a suffragio allargato, riconfermato; cosi pure per altre quattro legislature, sebbene mediante il consenso di altro elettorato. In Parlamento F. si faceva portatore di un vasto programma di riforme sociali ed amministrative; con i radicali Bertani e Cavallotti capeggiava I'Estrema e la dissidenza del trasformismo depretisiano; fedele alle tradizioni irredentistiche, osteggiava la politica estera del governo, giudicata- dopo la stipulazione della Triplice Alleanza-troppo remissiva nei confronti del Austria-Ungheria. Nel 1883, anzi, con Ceneri e Crispi, compariva nel collogio di difesa di Fratti, Albani e Marini nel processo per le manifestazioni contro l'esecuzione di Oberdan. Vicino a Crispi, con il quale divideva i trascorsi mazziniani e garibaldini, ne sosteneva la candidatura alla presidenza dei minstri e nel dicembre 1887, se non con I'avallo, senza la riprovazione di Saffi - come è stato di recente osservato - diveniva sottosegretario all'interno del nuovo governo; il mandato aveva però breve durata, poichè, di fronte alla politica repressive condotta da Crispi contro l'irredentismo, nel 1889 F. rassegnava le dimissioni. Incaricato di reggere il ministero dei lavori pubblici nel fallito governo Zanardelli, appoggiava nuovamente Crispi, ed anzi accettava con un certo entusiasmo l'espansione coloniale in Africa. Dopo la sconfitta di Adua e la caduta del governo, la posizione, già incrinata, di F. nella città natale subiva un crollo definitivo; nel 1897 a Forlì veniva eletto Antonio Fratti e F. riusciva, grazie ai voti dei liberali del collegio di Poggio Mirteto (Rieti), che lo avrebbe sostenuto per altre quattro legislature. Inseritosi ormai nella corrente giolittiana, nel giugno 1898 entrava nel governo Pelloux come ministro dell'agricoltura e del commercio, per poi abbandonarlo I'anno successive a causa dell'indirizzo conservatore impresso alla politica interna; nel corso del suo mandato aveva presentato progetti legislativi sul lavoro femminile e minorile, sull'intervento statale in agricoltura ed altri che non trovarono immediate discussione.

A seguito delle dimissioni di Giolitti, nel marzo 1905 - e fino al dicembre suecessivo - F. gli succedeva alla guida del governo; ritiratosi per l'indebolimento della sua posizione, acconsentiva, pare dietro suggerimento di Giolitti, ad un rimpasto, ma nel febbraio 1906 rimetteva definitivamente l'incarico. Durante il suo ministero era stata definita la liquidazione delle societa ferroviarie private e I'assunzione del servizio da parte dello Stato. La causa contingente delle sue dimissioni consisteva nefla stipulazione di un trattato commerciale con la Spagna, ritenuto lesivo dei viticultori italiani; ma, secondo altro autore, il governo F. aveva incontrato l'ostilità dei conservatoi per il debole atteggiamento assunto nei confronti delle manifestazioni a favore della rivoluzione russa, quella radicale per la presenza del ministro clericale Malvezzi ed infine aveva scuscitato il malcontento socialista per la questions ferroviaria. In seguito si occupava di legislazione sociale e di politica estera: celebre è il discorso, pronunciato alla Camera dei deputati il 3 dicembre 1908, sui <<Diritti e doveri dell'Alleanza nei riguardi dell'Austria>> - in occasione dell'annessione all'impero austro-ungarico dei territori della Bosnia e dell'Erzegovina - con il quale egli si riagganciava ai richiami unitari ed irredentistici.

Detetminante, nella vita politico-amministrativa di Forli, era stato il ruolo ricoperto da F., sia quando con Saffi e Fratti era la personalità di spicco della Consociazione repubbhcana, della Fratellanza operaia e del circolo G. Mazzini; sia, in seguito, con il suo lento accostamento al liberalismo ed alle istituzioni monarchiche. Attorno alla sua figura, per l'indiscusso prestigio personate o per I'avere identificato effettive tendenze, si era coagulato un eterogeneo elettorato, rappresentativo, almeno fino al 1888, della maggioranza repubbhcana e radicale, dal 1892 dei liberali progressisti e, da ultimo, dei monarchici e sporadicamente dei clericali. La sua opera di mediazione, o di assorbimento, non pareva lasciare eccessivo spazio alle opposizioni: a lungo l'unica voce realmente contraria sarebbe rimasta quella dei socialisti di Alessandro Balducci (v.); ed anche l'internazionalista Germanico Piselli (v.), segretario dell'Associazione braccianti, sul suo settimanale <<Rivendicazione>> - sospeso nel 1891- conduceva una moderata linea antifortisiana, conscio delle commissiorii e delle somme che il parlamentare poteva procurare alla societa. Nella sua veste di governativo ed amministratore locale, F. nel 1888 aveva reso possibile, e senza incidenti, la visita dei reali, quella che venne definita <<la conquista delle Romagne>>, e, nonostante l'indignazione dei partite popolari, I'avvenimento - secondo le cronache del tempo - suscitava un vero clamore nella cittadinanza. Di fatto la sua popolarità si era ormai consolidata; e, quando nell'estate 1890, falliva il tentativo insurrezionale dei repubbhcani Luigi Mengozzi e Sante Montanari, nell'ambiente politico si ventilava l'ipotesi che, dietro alle trattative per far rientrare ordinatamente il moto, vi fosse l'intervento del parlamentare forlivese. Proprio nelle politiche svoltesi nel medesimo anno, egli raggiungeva il suo massimo consenso elettorale, con 5468 voti, contro la lista repubblicana, composta da Luigi Ferrari, Gino Vendemini, Pietro Turchi ed Antonio Fratti.

Dal tempo in cui, per i suoi impegni, era stato costretto a lasciare Fortlì, F. aveva sapientemente affidato il mantenimento dei suoi legami con la città al leader repubblicano Livio Quartarali ed al liberale Giuseppe Brasini; entrambi, nel 1894, rimanevano travolti dal fallimento della Banca popolare, il maggior istituto di credito del forfivese - del quale F., era stato uno dei promotori - che aveva in Brasini il direttore ed in Quartaroli uno dei più influenti membri del consigIio d'amministrazione, presieduto dallo stesso F. Il crollo della banca, che aveva rappresentato il fulcro della vita economica della città, non poteva non coinvolgere la figura del politico, al cui nome l'opinione pubblica ricollegava pure il precedente scandalo della Banca romana, della quale era stato legate. Non sembra che dalla vicenda, che aveva avuto un ulteriore tragico epilogo nel suicidio di Quartaroli, emergessero dirette responsabilita di F., tanto che, dopo la rinnovazione dell'istituto in Banca cooperativa, questi ne veniva nominato presidente; ma l'episodio, al quale si sommava l'invio a Forlì - come commissario regio dopo le dimissioni del consiglio provinciale - di un uomo di fiducia del parlamentare, aveva inasprito l'opposizione repubbhcana e socialista. Ciò nonostante, nell'agosto successivo veniva chiamato a presiedere il Consiglio provinciale, al posto del dimissionario Brasini. Nel clima di tensione politica e sociale di quel periodo, le comunali del marzo i895 rappresentavano a primo importante appuntamento; come riportano le cronache, il blocco popolare, stretto nella Lega della libertà, aveva condotto una violenta campagna contro F., nel quale veniva identificata anche la repressiva politica crispina. L'esito, pur favorevole ai moderati, aveva però messo in evidenza un notevole calo della sua popolarità; tuttavia, nel successivo maggio, egli riusciva nuovamente confermato deputato, anche per I'apporto dei clericahi, con un consistente vantaggio sul radicale Carlo Aventi (v.).

Con la caduta di Crispi, la sua posizione andava gradualmente indebolendosi contro di lui sia i socialisti con Balducci che i repubblicani con Gaudenzi continuavano a condurre una serrata lotta e le elezioni politiche del 1897, indette in una fase per F. cosi delicata, non ne favorirono il rilancio. In quel frangente egli si era probabilmente reso conto che I'ambiente forlivese non gli sarebbe stato ancora a lungo favorevole, ma forse confidava sul proprio ascendente: non riteneva comunque opportuno - o non poteva - condurre un attiva campagna elettorale, adeguata all'asprezza dei toni. Querelava, però, Balducci che, nel corso di un comizio a Meldola, lo aveva direttamente chiamato in causa nel fallimento della Banca popolare (il processo, iniziato a Forlì nel dicembre, si sarebbe concluso con la condanna delI'avvocato socialista e, in fase d'appello nel luglio 1898, con la remissione della querela). La sconfitta nel ballottaggio contro Antonio Fratti, segnava l'estromissione di F. dada vita pofitica forfivese, sebbene in seguito egli mantenesse ancora la carica di presidente del Consiglio provinciale, facesse parte dell'assemblea comunale ed ancora nel 1900 venisse riproposto, senza successo, dai monarchici della città.

 

Marina Monti

 

Gaudenzi Giuseppe
(Terra del Sole i872-Pievequinta 1936), pubblicista e deputato.

Nato da una famiglia benestante (il padre era commerciante di stoffe e piccolo proprietario terriero), non chiusa alle questioni Politiche; tant'è che i tre fratelli Gaudenzi erano tutti seppur non in egual misura - impegnati politicamente: Giuseppe repubblicano; Quinto (v.), dopo un periodo repubblicano, collettivista, abbracciava il socialismo; e Dante, di tenderize anarchiche. Appena quindicenne, il G. era uno dei fondatori della Società operaia di San Varano, presso Forli, e tre anni dopo (1890) fondava e dirigeva <<La Romagna >>, settimanale ispirato alle dottrine di Mazzini e Saffi. Nei 1894, dava vita a <<II Pensiero Romagnolo>>, al quale si dedicava per quasi tutta la vita e di cui era direttore, redattore (si firmava Miles, Fantasio, Vir ) , cronista, correttore di bozze, amministratore. La stampa repubblicana forfivese doveva al G. anche un'altra notevole iniziativa: la tipografia del partito romagnolo forlivese, attiva dal 1911 al I924. La sera del 30 aprile 1894 nel circolo Mazzini di Forlì, G. accusava Livio Quartaroli, capo dei repubblicani forlivesi, di aver coinvolto, con la sua molteplice attività affaristica, il partito repubblicano nel fallimento della Banca Popolare cittadina. Eletto quella stessa sera nella nuova direzione del circolo Mazzini, G. succedeva poco dopo a Quartaroli nel comitato direttivo della consociazione repubblicana romagnola, e ne assumeva la carica di segretario.

Dopo la scomparsa di Aurelio Saffi, nel 1890, il partito sentiva la mancanza di una guida autorevole, capace di sanare le lotte interne tra associazionisti e collettivisti e di dirigere il partito scosso di fronte ai cittadini e combattuto da tutti gli altri partiti. G. era l'uomo che riusciva a ricostituire il PRI a Forlì, in Romagna, con riflessi benevoli in tutta l'Italia. Nel 1895 era eletto al consiglio comunale nella lista concordata tra i comitati popolari forlivesi; rieletto nel 1898. II 1°novembre 1895, fondava a Bologna il PRI del quale assumeva la segreteria politica che lasciava dopo la morte di Antonio Fratti per dedicarsi unicamente all'organizzazione forlivese. Nel 1898, assumeva nuovamente la segreteria del partito, che convocava clandestinamente in Svizzera. Nelle elezioni politiche del 13 novembre I904 veniva eletto per il Collegio forlivese deputato al parlamento, e poi riconfermato per le due legislature successive. Violentemente antimonarchico, sedeva all'estrema sinistra, rivendicando apertamente quelle riforme sociali che la proletarizzazione moderna esigeva.

Nei critici e complessi anni del primo Novecento, G. era il prezioso elemento di unione e moderazione tra repubblicani e socialisti li incitava più volte a combattere uniti per le mete comuni, Come deputato, i cronisti del tempo lo presentavano come uno dei più ascoltati per l'oratoria efficace, ma soprattutto per la sua onestà e lealtà, per la sua fede politica e l'impegno sociale. Nel maggio 1907 aveva grande risonanza, alla Camera e nel paese, la sua interrogazione al presidente dell'assemblea per la soppressione della censura alle manifestazioni del pensiero. Ma ancora maggior scalpore destava il grido <<Abbasso Savoia!>> che G. lanciava durante la tumultuosa seduta del 3 dicembre 1913. Allo scoppio della grande guerra, si dichiarava non entusiasta <<né per quella né per nessun'altra guerra>>, non condividendo le ragioni per cui il PRI richiedeva l'intervento italiano nel conflitto. Per questa sua politica <<non sufficientemente interventista>> - come afferma d Santarelli (<<Pensiero Romagnolo>>, 2 novembre 1968) - G. veniva duramente attaccato da coloro che erano i più accaniti, esaltati interventisti, giovani in particolare. Per alcuni anzi, ad esempio per Armando Casalini (v.), la posizione di G. rappresentava addirittura un irreparabile allontanamento dal partito. In realtà, vi è motivo di credere che la sua scelta fosse dettata non solo da motivi umanitari, ma anche dal desiderio di non contrastare quei consistenti strati della popolazione rurale, contraria all'intervento, di cui G. era espressione politica. Comunque, la rottura non era cosi grave né cosi definitiva, e la statura morale del G. prevaleva sui giudizi di parte. Sindaco di Forlì (anzi Pro-sindaco per la nota pregiudiziale da parte dei repubblicani) nel 1911 e nel 1919, il G. conquistava i consensi e la fiducia della maggioranza dei cittadini, che Io chiamavano <<il sindaco galantuomo>>.

A lui si devono alcune opere pubbliche importanti: la demolizione delle antiche barriere daziarie, la municipalizzazione dell'acqua e del gas, l'ospedale civile, il palazzo delle poste, la pavimentazione delle strade provinciali. Pur se repubblicano convinto, la maggior parte della popolazione non lo considerava uomo di.parte. Comunque l'etica a cui sembravano ispirarsi le sue azioni rifuggiva da atteggiamenti manichei, preferendo il merito alla fazione. Sfogliando gli atti della sua civica amministrazione, si ha l'impressione che la popolazione della sua città fosse per lui, animato da senso morale quasi quiritario, il fine al cui bene tutto doveva tendere. Nell'estate 1919, scoppiavano a Forli diversi tumulti per il caroviveri. Le cronache vedevano G. correre da una parte alI'altra per calmare e rassicurare. Gli veniva riferito che, in una via, i carabinieri colpiti da sassate stavano per sparare. G. si precipitava sul posto e, davanti alla squadra dei carabinieri gridava: <<Capitano, fermate i vostri uomini. Rispondo io di tutto il popolo, anche con la vita!>>. Naturalmente, presso I'animo popolare un tale gesto conquistava la folla, che acclamava il suo sindaco e interrompeva la manifestazione. -Avversario del fascismo fin dal suo nascere, G. lo giudicava prodotto della monarchia e della conservazione. Nel 1924 egii assumeva nuovamente la segreteria politica del PRi e conservava tale carica fino all'ultimo congresso, tenuto nel maggio I925. Dopo l'instaurazione deha dittatura, G. si ritirava a vita privata nera capitale. Negh ultimi tempi, da Roma tornava a Foril. E a Pievequinta, nel suo podere, si spegneva il IO luglio 1936. Nonostante le disposizioni del fascio locale, una foua di lavoratori si raccoglieva spontaneamente per seguire la salma nel trasporto funebre. E, sebbene la stampa di regime tacesse, in tutta la provincia si spargeva la notizia della morte dell'uomo che Apuano definiva <<maestro di vita>> (<<Pensiero Romagnolo>>, 30 lugho I949).

 

Paolo Cortesi

 

Gray Ezio Maria
(Novara I885-Roma 1969), scrittore e uomo politico.

Laureato in giurisprudenza, intraprendeva giovanissimo I'attività di pubblicista. <<Commesso viaggiatore della democrazia e del giornalismo>>, come amava autodefinirsi, (Per la rinascita fisica d’italia, Novara, Ed. Cantone, 1910), giungeva a Forli nel 1910 su invito, secondo Mambelli (v.), dei <<Iiberali monarchici>> (A. MAMBELLI, II giornalismo in Romagna, P. 3o) a fondare e dirigere <<La Difesa>>. Il nuovo settimanale, col sottotitolo <giornale democratico della provincia, si imponeva ben presto nel panorama della stampa forlivese per gli atteggiamenti assunti dal direttore nei confronti degli avvenimenti politici locali e nazionali, per I'ampio spazio dedicato a temi di letteratura ed arte, per il tono particolarmente incisivo della prosa. G. infatti, ricorrendo talvolta allo pseudonimo Niuska, era l'estensore di dotti articoli volti ora a inserirsi nelle vivaci polemiche tra <<La lotta di classe>> (socialista) e <<II Pensiero Romagnolo>> (repubblicano), ora a celebrate la memoria di illustri democratici (Cavallotti, Regaldi, Fratti, Cipriani), sempre ad attaccare Giolitti <<uomo grigio e senza anima; rappresentante della freddezza, dell'egoismo, delle clientele trionfanti>> (<<La Difesa>>, 5 giugno 1911). Giungeva a concedere largo spazio alle rivendicazioni dei radicali e si batteva per la legislazione a favore del divorzio sacrificata da un <<Parlamento figlio naturale degli illeciti amori fra il Commendator Liberale e Santa Madre Chiesa>> (<<La Difesa>>, I3 maggio 1911). Pur ostentando un atteggiamento al di sopra delle parti nei confronti degli avvenimenti di politica locale, <<La Difesa>> conduceva una vivace polemica contro I'amministrazione comunale repubblicana e aveva il suo bersaglio preferito in Giuseppe Gaudenzi (v.), deputato e sindaco di Forfi. Nel periodo della guerra libica G., inviato speciale a Tripoli, inneggiava al <<valore dell'anima latina>>, alla <<vita nuova della ridesta Italia>> sulle colonne della Difesa, <<assurta a voce d'italianità quando l'italianità era in Forlì dimenticata con omissioni o vilipesa con ignominia> (<<La Difesa>>, 25 gennaio 1912). In articoli appassionati, che sarebbero in parte confluiti nel libro La bella guerra, (Firenze, Bemporad, I9I2), cantava le azioni dei soldati italiani rispolverando il mito della vittoria di Scipione in Africa. Repubblicani e sociabsti forlivesi, perchè pacifisti, venivano bollati come <turchi d'Italia>>. La polemica si faceva accesa quando Gaudenzi votava contro I'ammissione della Libia; in quell'occasione <<La Difesa>> pubblicava <una lettera aperta all'on. Gaudenzi da parte di <<alcuni forlivesi di nascita e di elezione>> (fra i quali figuravano G. e Beltramelli (v.)) i quali dichiaravano di non sentirsi rappresentati dal deputato di Forlì a proposito del voto sulla questione libica (<<La Difesa>>, 29 febbraio l9I2).

Avviato ormai al nazionalismo - era stato infatti tra i fondatori dell'Associazione nazionalista - G. insorgeva, sia pure in forma di litote, contro il parlamentarismo: <<non è costantemente provato che il Parlamento sia una cosa necessaria ed utile ed importante nella vita nazionale>> scriveva su <<La Difesa>> del 4 aprile. Manifestava poi simpatia per I'allora socialista Mussolini (v.) di cui rilevava la singolarita del modo d'imporsi alle masse (<<La Difesa>>, 5 luglio 1912). Il 10 ottobre I9I2 usciva l'ultimo numero de <(La Difesa>> e G., <<stretto da urgenti impegni editoriali e giornalistici>> lasciava Forli. L'azione che aveva svolto in questa citta era stata particolarmente significativa, sufle colonne de <<La Difesa>> si intravedevano già alcuni dei temi e dei moduli retorici e stilistici che avrebbero caratterizzato la politica culturale del regime fascista della quale G. sarebbe stato uno degli esponenti piu atiivi. Anche dopo il I912 manteneva rapporti con I'ambiente colto forlivese che sapeva in più occasioni appassionare con conferenze d'argomento storico, artistico e letterario, con commemorazioni laudative e brindisi augurali. Particolarmente significativa l'orazione funebre pronunciata a Forlì in memoria di Arnaldo Mussolini (v.) nel I932, quando ormai G. si autodefiniva solamente <<commesso viaggiatore del giornalismo>> (Alla contessa Giselda Mangelli, p. 2). Per la successiva attività di gionalista, combattente, deputato nazionalista, fascista e da ultimo missino - che non riguarda più solo Forli - si veda la biografia completa contenuta ne I deputati e senatori del iv° parlamento repubblicano (Roma, La Navicella, 1965,p. 564).

Franca Strocchi

 

Guarini Filippo
(Forlì I839-Ivi I921), memorialista.

Nato dal forlivese conte Pietro e dalla marchesa Eleonora Bonaccorsi. Oltre ad una salda educazione cristiana riceveva in famiglia una notevole apertura ai problemi della politica e lo stimolo per la partecipazione attiva alla vita cittadina. II padre Pietro era figura di primo piano nella citta - aveva esercitato l'ufficio di Gonfaloniere (sindaco) per molto tempo - e nell'amministrazione dello Stato Pontificio aveva assunto, fra I'altro, nel I848 il ministero dei Lavori Pubblici in Roma, nell'effimero gabinetto del cesenate Fabbri. Per parte di madre il G. era nipote di Bettino Picasoli. Giovanni, suo fratello, veniva eletto deputato liberale aderendo alle fila della <<destra>> per tre legislature dal 1870 e poi nominato senatore del Regno.
Filippo compiva gli studi a Siena nel collegio Tolomei dal i849 al 1957. Ventenne partecipava come volontario alla seconda guerra d'indipendenza nel I859 a Palestro sotto il comando di Cialdini. Tornato in patria, veniva incaricato, nel 1866, della direzione degli istituti culturali con il titolo di bibliotecario d'onore e custode della Pinacoteca. Si segnalava, oltre che per aver compiuto scrupolosamente e gratuitamente il proprio dovere, anche per alcune dotte pubblicazioni di carattere storiografico: integrava con note le cronache di Leone Cobelli edite a cura di G. Carducci e E. Frati. Partecipava inoltre alla vita amministrativa della citta come consigliere comunale dal 1867 al 1876.
Intanto anche a Forlì si dava inizio alla lenta e faticosa riorganizzazione delle forze cattoliche attorno all'Opera dei congressi. La qualifica di cattolico militante rendeva difficile la permanenza del G. afla testa di un organismo dipendente da una amministrazione di idee politiche avverse per cui nel 1876 si dimetteva dalla direzione degli istituti culturali. Coflaborava poi alla costituzione del Comitato diocesano dell'Opera dei congressi, ne assumeva l'incarico di segretario (26 aprile 1877) e dal 1891 al 1901 quello di presidente.

Partecipava attivamente, soprattutto durante il periodo della presidenza, alla diffusione del nuovo stile organizzativo cattolico che raggiungeva il punto di maggior rilievo nella celebrazione del iv° congresso regionale dell'organizzazione tenuto in Foril nell'aprile 1897. In esso, oltre al riunirsi in grande assemblea con la presenza del Cardinale Svampa (v.), i cattolici forlivesi facevano il punto della foro situazione e coglievano l'occasione per un nuovo impulso a tutta I'attività. Sotto la presidenza del G. avveniva anche lo scioglimento del Comitato diocesano dell'Opera dei congressi e di tutti i comitati parrocchiali ad opera del Di Rudinì nella Primavera del 1898 dopo i fatti di Milano e lo stesso G. dovette subire una umiliante perquisizione nella propria abitazione per il fatto che in essa venivano custoditi i documenti del Comitato. L'attività dei cattolici progrediva ricostruendo l'organizzazione sciolta, ma ormai nuovi fermenti stavano introducendo novità in virtù dell'apporto dei giovani formati alla lezione murriana. La figura del G., nobile colto e possidente era un punto di riferimento per il mondo cartolico ancorato a visioni di conservazione politica e di immobilità sul piano sociale (fra I'altro si presentava candidato nefle ste liberah per le elezioni del i898), per cui quando le nuove istanze di maggiore giustizia sociale e di risollevamento delle classi più povere fecero breccia fra i cattolici tramite le idee murriane propagandate a Forlì da giovani sacerdoti come Pasini (v.), Pistocchi (v.), Nediani (v.), e laici come Bassetti (v.), al G. non restava che tirarsi in disparte (1901) vivendo in anticipo le controversie che si verranno a creare in seno all'Opera dei congressi fra i <<conservatori>> e i <<novatori>> fino allo scioglimento dell'Opera stessa compiuto da Pio x° nel I904.

Pur senza un grande peso politico il G. rimaneva sempre una figura di spicco del laicato cattolico forfivese, rispettato da tutti per l'indubbio prestigio morale e culturale. Moriva fra l'universale rimpianto nel 1921 lasciando alla citta di Forlì i monumentali 15 volumi dove aveva annotato giorno per giorno, dal 1863, gli avvenimenti della città corredandoli di una ricca documentazione.

 

Franco Zaghini

 

Mingozzi Romeo
(Ravenna i853-Bologna 1943), sindacalista, giornalista.

Sul conto di M. ha redatto un'accurata scheda biografica L. Arbizzani in F. ANDREUCCI-T. DETTI, Il movimento operaio italiano, vol. III, PP. 469-47I. L'estensore più di queste note, non potendo fare di meglio, rimanda pertanto alla suddetta scheda riservando a quanto segue il cornpito di integrarla per la parte attinente alI'attivita svolta da M. nel Forlivese e, per quanto non riportato da Arbizzani, nel Ravennate.

Nel 1885, al congresso clandestine svoltosi a Forlì il I5 matzo, M. era fra gli intervenuti da varie regioni d'Italia che decidevano di costituirsi in Branca Italiana dell'associazione internazionale dei lavoratori: in quell'assise prevaleva <<la tendenza sostenuta da R.M. [ ... I favorevole al lavoro attivo in seno alle organizzazioni operaie con il fine di indirizzarne I'attivita in senso "rivoluzionario" e di imprimere un carattere insurrezionale agli scioperi>> (cfr. F. PEDONE, Novant'anni di pensiero e azione socialista, vol. r, P. 45). Forse prima della data sopra ricordata, M. assumeva la direzione dell'associazione fra gh operai braccianti del Comune di Forlì (A.O.B.): a causa però di un processo a M. e ad altri fondatori dell'A.O.B., l'organizzazione - forte di 1200 soci - entrava in crisi quello stesso anno (cfr. V.EVANGELISTI-E. ZUCCHINI, Storia del partito socialista tivoluzionario, 1981, p. 157). Nel 1886 <<La rivendicazione>>, settimanale comunista anarchico secondo la definizione datane nell' '88 dal fondatore Germanico Piselli, pubblicava un intervento di M. a sostegno della candidatura di A. Cipriani nelle elezioni politiche del 26 dicembre (ctr. <<La rivendicazione,>, 5 dicembre1 86).

Eletto Cipriani sia a Forli sia a Ravenna, come già avvenuto in precedenza, l'elezione veniva annullata. La candidatura Cipriani veniva allora riproposta per le elezioni del 20 febbraio '87 e M. nuovamente interveniva per lumeggiare il significato della <<sublime crociata>> iniziata e portata avanti dai socialisti, fra I'altro affermando: <<La missione storica ed umana del socialismo sta [ ... ] in questo: che esso deve stablire I'armonia, l'equilibrio nella società, e non sure basi di istituzioni create daea volonta d'un uomo (dispotismo), o di una maggioranza (democratica), ma sulle basi eterne incroflabili delle leggi naturali, falsate, disconosciute oggi dalle. cosi dette leggi positive. Quindi armonia-equilibrio fra progresso intellettuale e quello economico, armonia-equilibrio nello sviluppo e nell'opposizione delle forze, armonia-equilibrio nelle passioni e negii interessi (anarchia)>> (cfr. <<La rivendicazione>>, 15 gennaio 1887, Tutti sul ponte ... ). In queho stesso periodo, grazie all'opera del socialista rivoluzionario forlivese Sesto Fortuzzi, si stava lentamente ricostituendo I'A.O.B., e M. si vedeva costretto a scrivere una lettera a G. Piselli <<per prevenire qualsiasi giudizio storto sul mio nome - e cio [ ... ] in seguito ad alcune voci corse insino a me - che cioè io abbia lasciato a mezza strada I'associazione Braccianti di Forlì, declinando qualsiasi mandato rappresentativo e rifiutando di far parte d'una commissione di operai per officiare la Giunta [comunalel>>. M. dichiarava poi che la sua condotta era stata <<ispirata dai principii socialistici>>, e sosteneva in particolare che <<essendo base fondamentale della rivendicazione operaia la formula socialistica Lemancipazione dei lavoratori è opera dei lavoratori stessi, è naturale che agli operai soli debba lasciarsi tutta I'azione inquantochè i propagandisti e ghi organizzatori non possono e non debbano fare che un'opera educativa>> (cfr. <<La rivendicazione>>, 29 gennaio i887). Dopo il congresso costitutivo del Partito socialista anarchico rivoluzionario (Capola90, 4-6 agosto 189i) in cui erano emerse posizioni non condivise da M., ormai convinto della necessità di abbandonare d tradizionale atteggiamento astensionista degli anarchici, M. si poneva aDa guida del <<nuovo centro deh'anarchismo possibilista, @ Comitato Internazionalista di Ravenna>>, e in vista delle elezioni pofitiche parziali era <<tra i promotori - assieme ai socialisti rivoluzionari Zirardini, Baldini, Piazza, ecc., e a vari elementi repubblicani - della pubbhcazione del giornale <<E Radicale>>, finahzzato all'<<unione delle forze radicah per la difesa dei popolari interessi>> (cfr. EVANGELISTI-ZUCCHINI, Op. Cit., P. 224)L'anno successivo, conclusosi il congresso di Genova, M. commentava su <<II radicale>> del 20 agosto la costituzione del Partito dei Lavoratori (P.d.L.) dando <<I'impressione che, pur elogiando il congresso di via della Pace e plaudendo alla nascita del nuovo partito, "II radicale" non considerasse I'avvenimento troppo importante, e lo vedesse come cosa distante ed estranea. Non a caso, nei numeri successive del giornale ravennate ii P.d.L. fu citato pochissime volte>> (cfr. EVANG.-ZUCCIi., Op.Cit., P. 2 5 6).

Trascorso poco più di un mese, al congresso di Russi M. si sottraeva al compito di relazionare sul primo punto all'ordine del giorno (organizzazione pratica del partito operaio socialists nella provincia di Ravenna), lasciando tale incombenza al solo Umberto Brunelli. Interveniva però nel dibattito e sosteneva (con N. Baldini) <<la inapplicabilità del programma del P.d.L. alla realtà romagnola>>, ed esprimeva <<la propria perplessità di fronte al fatto che un congresso cosi ristretto, e così poco rappresentativo pretendesse di pronunciarsi per il programma di via della Pace a nome della provincia intera>> (cfr. EVANGELISTI-ZUCCHINI, Op. Cli., P. 262). Attestato di fatto su una linea di non adesione politica al P.d.L., M. addebitava al nuovo partito la responsabilità dell'insuccesso riportato dare forze progressiste nelle elezioni pofitiche del novembre 1892 (cfr. <<II radicale>>, 9 novembre '92). Nella primavera del 1893, a seguito della pesante situazione di disoccupazione del bracciantato che aveva determinate una lunga serie di dimostraziorii in diverse località romagnole, M. avvertiva la necessità di abbandonare i tradizionali metodi di lotta e, tramite <<II radicale>>, rivolgeva ai lavoratori un autentico invito alla rivolta: <<molto meglio morire combattendo che morire di fame>> (cfr. <<II radicale>>, 20 maggio I893).

Come noto, M. diventava segretario della Camera del lavoro di Bologna nel febbraio I894: d I7 aprile, il giornale socialista forlivese <<Risveglio>> - fondato da A. Balducci - pubblicava un comunicato della C.d.L. bolognese con il quale M., a nome della commissione esecutiva, invitava operai muratori e scalpellini braccianti a non recarsi in Grecia e Macedonia, giacchè i lavori della ferrovia Salonicco-Costantinopoli erano stati sospesi nel '93 lasciando disoccupati molti operai italiani colà accorsi.

Valerio Varoli

 

Pasini Adamo
(Ravenna 1875-Forii i963), Sacerdote e storico.

Personaggio chiave della storia cittadina Forlìvese nasceva da famigha di modesti agricoltori a Gambeflara di Ravenna e, rimasto orfano delta madre, si trasferiva con il resto della famiglia, nel I879, a S. Pietro in Trento. Si indirizzava precocemente verso il mondo ecclesiastico e dopo aver frequentato come alunno esterno il Seminario di Forlì (a motivo della povertà) vi veniva ammesso a pieno titolo. Era subito preso in considerazione da mons. Svampa che stava cercando di svecchiare il mondo ecclesiastico forlivese e aveva introdotto nel seminario varie innovazioni. Svampa to indirizzava al Seminario Pio di Roma (1893) ove il P. percorreva brillantemente il corso degli studi fino a consegure le lauree in Teologia (I897) e <<In utroque jure>> (1901), un diploma in letteratura presso l'Istituto Leoniano e si avviava a seri studi biblici. Erano anni motto intensi e vivaci ed il mondo ecclesiastico romano presentava grandi fermenti, compagni di studi del P. erano - fra gli altri - Eugenio Pacelli, poi Pio XII, ed Ernesto Buonaiuti. Ma oltre ad acquisire una soda formazione culturale, il P. era particolarmente attento a quanto avveniva sul piano sociale e frequentava il Murri, il Semeria e gli attri personaggi che tanto proforidamente segneranno il mondo cattolico.

Nel 1897 riceveva l'ordinazione sacerdotale nella chiesa di Ravaldino da mons. jaffei che prese subito a benvolerlo. Mentre ancora proseguiva gli studi si inseriva attivamente nel fervore delta vita che stava caratterizzando la diocesi forlivese. Nello stesso 1897 è relatore dell'attività cattolica forlivese al iv Congresso regionale dell'Opera dei congressi in Romagna; nel 1900, quando si dà inizio alla prima vera pubblicazione periodica dei cattolici Forlìvesi <<L'Eco dell'Omaggio>> -, egli curerà una serie di consistenti articoli intitolati <<II Redentore nei secoli>>. Nel 1901 rientrava definitivamente a Forlì ed era accolto nella casa del Vescovo di cui diventava immediatamente confldente, consighere, ispiratore, collaboratore. Nell'ottobre di quello stesso anno dava vita a <<Il Lavoro d'Oggi>>, settimanale di ispirazione democratico-cristiana ma estremamente attento afla mediazione nella concreta realtà locale. Si schierava apertamente dalla parte dei giovani murriani, diventava il loro corifeo, organizzatore, ispiratore culturale tramite quella fitta rete di amicizie che aveva intessuto nel periodo romano. Nelle turbolente vicende che segnarono gli ultimi annni di vita dell'Opera dei congressi il P., a fianco dei giovani, si batteva per posizioni schiettamente rinnovatrici ed autenticamente democratiche, non temendo di schierarsi contro, il pur meritevole presidente diocesano, conte Fihppo Guarini (v.), giungendo a divenire lui stesso presidente dell'Opera (I903) fino allo scioglimento (I904).

Il primo decennio del secolo vede ii P. anima di tutto il movimento cattolico Forlìvese in tutti i suoi aspetti e nel contempo, a fianco del Vescovo, guida più discreta della diocesi. La sua vita si intreccia cosi profondamente con quella della realtà cattolica nel suo complesso che è impossibile in queste poche righe dare anche un sommario rendiconto.

Schieratosi apertamente dalla parte del Murri, posizione mai rinnegata anche quando ciò divenne rischioso, assunse la guida del movimento giovanile cattobco attraverso I'azione propagandistica diretta - coadiuvato egregiamente dal prestigioso Nediani (v.), dall'acuto Pistocchi (v.) e da tanti altri - e soprattutto attraverso le pagine del settimanale che in poco tempo divenne molto diffuso fra i cattofici e molto considerate - pur nera virulenta dialettica della vita politica cittadina - in tutti gli ambienti. Assieme all'opera di coscientizzazione dei cattolici verso i nuovi problemi posti dalla complessa società che viveva a cavaliere dei due secoli, il P. si gettava direttamente nell'agone elettorale fidando Nelle giovani forze che il mondo cattolico stava esprimendo. La sua acuta intelligenza gli fece percepire i problemi e proporre delle soluzioni che non sempre furono condivise all'interno deflo stesso mondo cattolico. Le posizioni un po' troppo astratte, utopistiche ed ideologiche di Evangelisti e di Pistocchi si scontravano con il suo reafismo che, per una ipotetica conquista dell'amministrazione municipale, pur propugnando tesi schiettamente democratiche ed un programina di autentico rinnovamento sociale e di privilegiata attenzione alle classi più povere, si rendeva conto di quanto fosse forte la pregiudiziale anticlericale che non avrebbe mai permesso a repubblicani e socialisti di accantonare tali preconcetti per fissare I'attenzione sui programmi concreti. Per cui preferiva un'alleanza tattica con i liberali nella prospettiva di una conquista del comune (1905). Alleanza tattica esplicitamente manifestata, nella piena consapevolezza che le autentiche protagoniste della storia sarebbero state le forze socialiste e cattobche. Il disegno veniva frustrate dalla grande preponderanza dei partiti popolari, dalla mancanza di lealtà di tanti liberali e dalle lotte interne fra i cattolici. Lo smacco elettorale del P. non influì assolutamente sul suo pensiero e sul suo cammino che continuava imperterrito nell'opera di educazione delle giovani generazioni alla democrazia, quella democrazia di cui si diceva che <<o sarà cristiana o non sarà>>. Nel frattempo continuava I'attività più squisitamente ecclesiastica tramite corsi di predicazione (in cui la vastità e la profondità della cultura si coniugava ad una grande abilità dialettica ed oratoria) e l'insegnamento in Seminario. Nel 1903 era anche nominato canonico della Cattedrale.

Con l'inizio della campagna antimodernista condotta da Pio x e dai settori più reazionari della Chiesa, il P. veniva decisamente a trovarsi nel mirino degli inquisitori. Le sue amicizie, il suo mai nascosto pensiero, la sua attività sociale e politica erano tali da metterlo in sospetto presso le autorità romane. Per una coincidenza di situazioni, verso il 1907 giunsero al pettine una serie di nodi che avrebbero provocato episodi dolorosi. Il mondo cattolico laico accusava sintomi di stanchezza non ancora chiaramente percepibili ma che covavano nel nascondimento, la spinta dell'inizio del secolo sembrava esaurita anche perchè I'azione di Pio x cominciava a delinearsi. Sintomatica era stata la soppressione della Democrazia cristiana e l'emarginazione di Murri. Nel contempo la repressione si volgeva sul settore culturale ed anche qui il P. era particolarmente vulnerabile. L'insegnamento di S. Scrirtura che impartiva a Cesena - sede degli studi teologici del Seminario Interdiocesano romagnolo voluto da Pio x - svolto sulla scia di un chiaro rinnovamento che rifuggiva dall'estremismo di un Losy ma si collegava strettamente con un Lagrange, richiamava I'attenzione di Roma che, verificare presunte posizioni eterodosse, ne imponeva l'immediata rimozione. Appena poco tempo prima le bozze di un catechismo di chiara impronta biblica, che il P. aveva tradotto dal tedesco e che, con la prefazione del Cardinale Svampa, stava per essere pubblicato in una collana di testi decisamente moderni ad opera di un editore romano, non riceveva I'<<imprimatur>> dal Maestro dei Sacri Palazzi apostolici e forniva materiale per nuove accuse. Costretto a ricorrere direttamente al Papa fu ricevuto in un'udienza liberatoria (febbraio 1908) che però bloccò qualsiasi potenziale sviluppo della sua carriera ecclesiastica. Poco dopo concluse anche la breve ed intensa stagione de <<II Lavoro d'Oggi>>.

Continuava tuttavia la sua centrale presenza in diocesi, confortato dalla stima di jaffei che nel 1909 lo nominava Proposto del Capitolo, Delegato Vescovile (1909) e Vicario Generale, 1916. lmpegnato era in maniera pia esplicita nell'attivita di governo attenuava la presenza pubblica (che rimaneva però sempre significative, come in occasione degli avvenimenti connessi con la rimozione della colonna della Madonna del FUOCO - 1909), allargando però la sua attenzione su campi culturali più vasti dopo che gli era stato impedito I'approfondimento degli studi biblici, Fu pioniere anche nel campo della riforma liturgico vedendo confermate le sue intuizioni solo nella pù tarda vecchiaia. Si diede quindi agli studi della storia locale nei quali I'acuta intelhgenza lasciò una traccia cosi profonda che, ancora per molti anni, i suoi studi saranno punto di riferimento imprescindibile per ogni altro studioso. Diede inizio afla pubblicazione di un modesto boflettino mensde: <<La Madonna del Fuoco>> (19I5-I928; I937-1943) che costituisce una vastissima miniera di notizie di storia locale. Allo scoppio della guerra mondiale, veniva chiamato in servizio presso la Sanità e prestava per qualche tempo la sua opera presso l'ospedale militare di Modigliana. Rientrato nella vita normale diede vita, con I'aiuto di validi couaboratori, al <<Ritrovo militare>> che, nei locali del Seminario, dava assistenza di ogni tipo ai militari di stanza a Forlì.

Nel turbolento periodo postbehico seguiva con interesse il neonato Partito popolare, partecipando anche al primo Congresso tenuto a Bologna nel giugno del 1919, ma per I'antico democratico cristiano il nuovo partito sembrava troppo clericale ed esposto a troppi compromessi, per cui preferiva osservarne da lontano l'evoluzione anche perchè, al sorgere delle prime divisioni in seno al mondo cattolico nella sua posizione di Vicario generale, non poteva compiere esplicite scelte di parte. Anche il sorgere e I'affermarsi del fascismo non trovarono in lui particolare opposizione perchè la politica dolce del fascismo verso i cattolici toglieva loro la possibilità di troppe obiezioni.

Giornate grandiose, di cui era anima instancabile, viveva nel 1928 quando si commemorava il v centenario dell'inizio del culto della Madonna del Fuoco (febbraio) e si celebrava il Congresso mariano romagnolo (maggio). L'aver potuto celebrare indisturbati le feste, aver potuto ricostruire la colonna della Madonna, aver acquistato nuovo ascendente fra le masse, aver festeggiato la conciliazione, aver ottenuto un certo respiro dopo decenni di lotte esasperate portavano questa generazione, in tanti altri mormnti generosamente battagliera, all'acquiescenza verso il nuovo regime e ad accogliere i tanti benefici che questo elargiva.

Man mano che il vecchio Jaffei declinava, il P. diveniva la vera guida della diocesi e, in previsione di un incerto futuro, ne 1931 diveniva parroco di S. Mercuriale. Alla morte di Jaffei (I932) e all'arrivo del vescovo Rolla (v.) (1932) il P. era accantonato dal ruolo di Vicario generate e da allora si dedicava alla più specifica attività sacerdotale e culturale. Iniziava una più feconda e scientifica opera storiografica che lo situava fra i maggiori personaggi della cultura cittadina (decisivo era il su intervento presso Carlo Piancastelli perchè donasse la sua ricca collezione bibliografica alla città di Forli) e romagnola; si preoccupava del restauro dell'ormai fatiscente complesso dell'insigne abbazia ferlivese giungendo, nel 1942, all'inaugurazione del chiostro rinnovato.

Nel 1944 veniva richiamato da mons Rolla all'ufficio di Vicario Generale, pe cui lasciava S. Mercuriale e si ritirava nella chiesa di S. Filippo di cui curava il decoro, vari restauri e l'esercizio dell'adorazione eucaristica. Nel 1948 era nominato arcidiacono (capo) del Capitolo della Cattedrale; anche mons. Paolo Babirli (vescovo dal 1950) lo confermava nell'incarico di Vicario generate fino a che carico di anni e stimato da tutta la cittadinanza moriva il 9 giugno 1963.

 

Franco Zaghini

 

Prati Giuseppe(Forlì 1885-Ivi 1952), Sacerdote.

Più conosciuto con il soprannome <<Don Pippo>> è fra le figure Forlìvesi più popolarì ed amate. Nasceva nel territorio della parrocchia di S. Mercuriale da una modesta famiglia di rigattieri. Riceveva già in famiglia una buona educazione religiosa che incrementava nella frequentazione della vicina chiesa del Carmine, ove si familiarizzava con i riti liturgici. Riceveva i primi sacramenti nella parrocchia di S. Mercuriale e contemporaneamente frequentavi con buon profitto le scuole elementari. Dopo aver ricevuto i primi rudimenti del latino nella casa di un sacerdote entrava nel seminario di Forlì (1896), che stava vivendo un periodo di profondo rinnovamento culturale e spirituale, ponendosi in stretta sinionia con la parte più novatrice del clero che cercava di attuare gli indirizzi di rinnovamento indicati da Leone XIII, dal vescovo diocesano Svampa e poi da mons. Jaffei che aveva appena iniziato il suo lungo ministero episcopale.

Seguiva gli studi con grande profitto dimostrando un'intelligenza aperta ed acuta, soprattutto attenta agli aspetti dell'attualità e di quelle tematiche che erano piu consone a quella nuova missione del clero che avrebbe dovuto riconcifiare la Chiesa con il mondo moderno. Alla scuola di don Zaccarelli si avviava anche allo studio della musica dimostrando notevoli attitudini, anche compositive.

Durante il terzo anno degli studi liceali ebbe un'improvvisa e forte diminuzione della vista che si rivelera irreparabile e che gli impedira di approfondire ulteriormente gli studi non potendo più applicarsi a lungo nella lettura. Nei 1908 veniva ordinato Sacerdote e, dopo pochi mesi di servizio nella parrocchia di S. Biagio, era subito inviato come collaboratore di don Tommaso Morgagni (v.) nella periferica parrocchia dei Cappuccinini. Qui trovava un ambiente quanto mai stimolante, ben avviato dal parroco che aveva già costituito un fiorentissimo oratorio maschile e femminile. Il P. ci si inserì con entusiasmo dimostrando grandissime capacità educative che non farà altro che affinare nel contatto con i giovani per i quali compilava una operetta <<Giovinezza cristiana>>(1914), dopo aver scritro una rivistina <<La Fede>> (1913-14), in cui si ritrovano alcuni dei capisaldi-spirituali e teorici della sua opera educative.

Nel 1914 veniva nominato cappellano di Schiavonia, ruolo al quale era legata la pratica direzione del ricreatorio <<S. Luigi>>. La superiore autorita formale, con grandi possibilità di intervento, era di don Cicognani (v.) che dopo il trasferimento a Rimini del cofondatore mons. Vincenzo Scozzoli (v.) risultava il proprietario del complesso edilizio per eredità ricevuta dal can. Saccomandi (v.). Qui il P. si trovava a continuare l'opera fra i giovani già iniziata presso i Cappuccini, anzi I'azione pedagogica giovanile era esaltata perchè il <<S. Luigi>> costituiva il più grosso cornplesso cittadino di ritrovo dei giovani cattolici. Ad esso faceva praticamente capo la parte più numerosa e significitiva della organizzazione, laicale forlivese. Qui il P. poteva solamente ampliare quanto di fatto era caratteristico della sua spiritualità e della sua personalità, estendendo i rapporti con la quasi totalità dei giovani Forlìvesi dell'epoca, intrecciando così una solidarietà spirituale ed umana che avrebbe superato i decenni.

Proprio perchè era al centro del mondo giovanile forlivese gli toccò il ruolo di segretario del <<Ritrovo militare>>, che era stato costituito nel locali del Seminario al fine di assistere sotto il profilo culturale, spirituale, e ricreativo i mifitari di stanza in città in occasions della prima guerra mondiale. La partecipazione di tutto il mondo cattolico forlivese a questa iniziativa metteva però in ombra I'ancor giovane Sacerdote di fronte a personalità che erano più conosciute e non erano meno attive: don Pasini (v.) e don Nediani (v.).

Al termine della guerra, allorchè i giovani del ricreatorio tornavano dal fronte, la solidarietà di don Pippo si oveva fare più completa fino a condividerne le esigenze di giustizia sociale, di partecipazioen alla vita pubblica e di rinnovamento che essi venivano esprimendo. Il P. decideva di dar vita ad un settimanale che in qualche modo fosse portavoce, nella vita cittadina, delle esigenze dei giovani cattolici Forlìvesi e, aff'inizio di gennaio del 1919, fondava il settimanale <<II Momento>>. La contemporanea fondazione del Partito popolare italiano da parte di don Sturzo a esprimere in maniera compiuta tutti i desideri e le ansie politiche dei giovani cattolici Forlìvesi, che immediatamente si schietarono con il giovane partito e il settimanale fondato dal P. ne diventava l'organo di stampa locale.

Il P. ed i suoi giovani vivevano con entusiasmo questa prima esperienza politica culturale e sociale, inserendosi pienamente nel ricco e qualche volta convulso dibattito fra le forze sociali forlivesi. Ma questo schierarsi, apertamente democratico e socialmente avanzato (in cui si poteva leggere quanto I'ancor giovane P. aveva assorbito del movimento murriano) non poteva durare molto ed entrava in crisi proprio quando essi vennero a trovarsi fra l'opposizione tradizionale dei partiti politici (socialisti e repubblicani), ben radicati nel loro anticristianesimo ed anticlericalismo, la nascente violenza fascista ed il disimpegno politico da parte del mondo cattolico giovanile che privilegiava I'apostolato culturale e spirituale, stimando meno l'impegno politico. Non si tfattava di adesione o meno ad aspetti del fascismo emergente in quanto anche i membri dell'altro gruppo erano non meno antifascisti. Era invece una interpretazione della linea di azione dei cattolici che si rivelerà vincente appena Pio XI comincerà ad indicare le proprie linee pastorali all'Azione cattolica Italiana. Questa linea, che faceva capo a don Poni (v) , per qualche tempo riusciva a convincere le autorità diocesane che affidarono la direzione del settimanale a membri di quel gruppo, cosi che il P. dovette abbandonare (1921-1924).

Riassunta la responsabilità del settimanale, il P. trasfondeva in esso tutte le sue doti spirituali e culturali, ma doveva inevitabilmente adeguarsi alle norme decretate dal regime fascista che tendevano a trasformare il giornale da luogo di battaglia e di dibattito di idee e di programma in un boflettino diocesano con notizie sull'attivita cattolica. Il giornale veniva gradualmenre ad impoverirsi anche se, nei primi tempi, non mancava un'aperta opposizione al fascismo e se in esso scrivevano personalità come Jolanda Baldassarri (v.) e Diego Fabbri (v.). Difatti il P. si era dovuto necessariamente adeguare alle indicazioni politiche e Nell'Azione cattolica, soprattutto nel ramo giovanile, trovava l'ultima possibilità, la sola forse, per continuare in quell'opera educativa nella quale ecceleva, preparando i suoi giovani alle battaglie più difficili e cruente dell'antifascismo resistenziale e all'impegno gravoso della ricostruzione postbellica. II settimanale continuava a vivacchiare e nel I936 era di farto soppresso, anche se conservava alcune colonne presso <<L'Osservatore romano della domenica>>; nel I942 anche queste cessarono. Nel periodo immediatamente postbelhco (1946), lo stesso P. riprese la direzione e la pubblicazione del giornale che manteneva fino alla morte.

La sua libertà interiore e la sua originale efficacia pedagogica resero più difficile la permanenza in quel centro nevralgico della vita giovanile - il S. Luigi - e screzi con don Cicognani consigliarono il vescovo Jaffei di affidargli la direzione spirituale dei giovani seminaristi. Per cui lasciava i locali del S. Luigi e si trasferiva presso la chiesa del Miracolo (1928). La direzione spirituale al seminario gli consentiva dio mantenere un collegamento con i giovani e di lasciare un'impronta indelebile in diverse generazioni di sacerdoti. Nel frattempo esplicava le sue attitudini musicali componendo, in mezzo ad alcune cose più strettamente liturgiche, alcuni canti popolari - fra cui <<Di vivida fiamma>> in onore della Madonna del Fuoco - che diventeranno patrimonio della cultura popolare forlivese.

II vescovo Rofla (v.) nel I936, lo trasferiva come parroco alla chiesa cittadina di S. Lucia; dopo un breve periodo di incomprensione con i nuovi parrocchiani, che avrebbero preferito un Sacerdote di maggiore levatura culturale e prestigio sociale, I'armonia fu completamente ristabilita e vi fu uno strappo particolormente doloroso quando, nel I944, era mandato a succedere a mons. Pasini (v.) nella nativa parrocchia di S. Mercuriale, in cui rimaneva parroco fino alla morte avvenuta nel 1952.

Sarebbe troppo lungo seguire la sua attività di pastore nelle due importanti parrocchie cittadine, ma non si può dimenticare la continua presenza con i giovani, la particolare vicinanza ed assistenza al più poveri che lo resero il personaggio più amato di Forli. II suo tono dimesso e modesto lo accostava a chiunque e gli permetteva di stabilire rapporti che conducevano non raramente ad una rinnovata vita spirituale o ad una vera conversione.

Svolgeva un'intensa opera di assistenza ai più colpiti durante la guerra fino alle tragiche giornate dei bombardamenti, che lo videro fra i morti ed i feriti a portare i conforti della fede e della solidarietà umana. La voce popolare attribuiva a lui la salvezza del campanile di S. Mercuriale, emblema della città. Nelle giornate della liberazione era acclamato da tutti i concittadini e diventava l'indiscusso punto di riferimento morale per tutta la citta. Il suo funerale e la traslazione delle sue spoglie nella basilica di S. Mercurciale (I957) rivelarono I'amore di cui era oggetto da parte di ogni ceto di cittadini, di qualunque ideologia.

 

Franco Zaghini

 

Saccomandi Pietro
(Ravenna 1851-Bologna I905), Sacerdote.

Nasceva a Filetto di Ravenna, che era posto nella circoscrizione diocesana di Forlì, da contadini benestanti. Apprese i primi rudimenti della cultura dal parroco del paese e a tredici anni si recava per proseguire gli studi in maniera più organica presso il seminario di Forli, proprio mentre questo precipitava in una temporanea, ma grave, crisi di presenze. Dimostrava un ingegno brillante che, in un ambiente ancora saturo di cultura classica, ben si collegava con studi clericali per tanti aspetti sommari. Si metteva tuttavia in luce presso i superiori che lo inviavano a perfezionare gli studi presso il Seminario Pio di Roma potendo così arricchire la sua formazione in un arnbiente culturale molto più vasto. Nel I875 veniva ordinato Sacerdote in Roma, ma ritornava a Forli (1879) solo dopo aver terminate gli studi con la laurea in Teologia (1876) e <<In utroque jure>> (I879). Appena giunto in diocesi veniva avviato al servizio amministrativo in Curia. Nell' 1882 era nominato coadiutore con diritto di successione nella parrocchia cittadina della SS.ma Trinità nella quale, però, non svolgeva il ministero parrocchiale perchè destinato subito ad altri incarichi. Infatti era chiamato all'insegnamento in Seminario ove dimostrava la sua conoscenza di diverse discipline, quali la Morale e la Storia ecclesiastico. Fungeva anche da segretario del vecchio vescovo mons. Pier Paolo Trucchi (1857-1987) e continuava lo stesso servizio quando entrava in diocesi mons. Svampa col quale era stato condiscepolo al Seminario Plo. Il sodalizio fra i due non doveva più rompersi tanto che quando lo Svampa fu nominato arcivescovo di Bologna portò con sè il S. nella nuova sede. Era stato anche nominato canonico penitenziere nella Cartedrale.

E' difficile cogliere quanto nell'azione rinnovatrice sia attribuibile all'uno o all'altro, certamente avevano idee molto simili e la reciproca consultazione si risolveva in un'azione pastorate ben precisa. L'episcopato di Svampa dava on decisivo impulso rinnovatore a tutta la diocesi Forlìvese ponendo nei luoghi chiave e offrendo spazio a turn coloro che, sulle indicazioni del pontificate leoniano, volevano condurre un azione della Chiesa in sintonia con le nuove esigenze e con i gradi compiti che la società moderna le assegnava. Certamente il S. era aperto ad ogni novita che potesse allargare I'azione della Chiesa soprattutto nell'educazione della gioventb: a lui si deve la Società operaia di mutuo soccorso cattolica, il Circolo giovanile filodrammatico, il ritrovo Marco Melozzo, l'opera dei rifiuti e soprattutto la collaborazione, quasi paritaria, allo sviluppo dell'Oratorio S. Luigi (i893). Affiancatosi a don Vincenzo Scozzoh (v.) diede impulso, segui la crescita di qtiel ricreatorio e quando a S. Mercuriale si trasferiva in locali propri, metà di essi furono da lui acquistati e divennero di sua proprietà fino a quando, per testamento, non li lasciava a don Cicognani (v.). Dell'istituto S. Luigi è già stato scritto a sufficienza e per questa, che pure è l'opera maggiore del S., si rimanda a quelle pagine.

Aderiva di cuore alle novità dei giovani murriani ed anche se l'età ed il ruolo diocesano non gli permettevano di apparire in primo piano non solo li appoggiava ma cercova di mediare quando i rapporti intraecclesiali si facevano più difficili. Anche in occasione delle elezioni del 1904, che videro la prima Battaglia elettorale dei cartolici forlivesi, il S, faceva da intermediario fra i cattolici e i liberali moderati. Spesso la sua posizione di segretario, del vescovo poi arcivescovo e Cardinale, Svampa, lo poneva in contatto, quasi sempre informale e segreto (date le condizioni dell'epoca) con le più diverse autorità e i più vari personaggi politici (il famoso incontro del Cardinale Svampa con Vittorio Emanuele III pranzo di magro - avvenne nel 1904). Con enfasi ma con verità Nediani dice di lui: <<Non fu nell'amore della patria un inrransigente e un retrogrado, non temè di sacrificare su I'ara della Concordia e della pace universale anche le ultime velleità di un sogno terreno, purchè Cristo regnasse in molti cuori e in molte anime>>. E la descrizione di uno che si era lasciato alle spalle i sogni della restaurazione dello Stato pontificio, accettava la nuova realtà politica e si buttava nell'arduo impegno della rievangelizzazione della Romagna. Tutto ciò nonostante che dal 1894 Si fosse trasferito a Bologna con il Cardinale Svampa. Infatti, spessissimo, ritornava a Forli, riprendeva le fila delle antiche attività, ne metteva in cantiere delle nuove in stretto collegamento col nuovo vescovo Jaffei, che era sempre disposto a seguire le indicazioni dell'amico e maestro Svampa. Forse con poca serenità ma con molta verità il Pasini (v.) afferma che il S. era colui che portava a Jaffei, da parte di Svampa, le indicazioni per I'amministrazione della diocesi. La morte precoce lo rapi il 1 agosto I905.

 

Franco Zaghini

 

Scozzoli Vincenzo
(s.martino In Villafranca (Fo) 1858-ivi 1944), vescovo

Nasceva nella parrocchia rurale di S.Martino in Villafranca da una famiglia di modesti proprietari agricoli. Nel 1871 entrava nel seminario diocesano ove si dedicava, in maniera brillante, agli studi prevalentemente umanistici che allora si impartivano. II vecchio vescovo Trucchi mandava il giovane S. a perfezionare la formazione sacerdotale presso il Seminario Pio di Roma (i879) ove rimaneva fino al 1886, laureandosi in Teologia e <<In utroque jure)>. Veniva ordinato Sacerdote dal Vescovo di Faenza nel 1881 e rientrato in diocesi, Si dedicava all'insegnamento, presso il seminario della S. Scrittura, del Diritto canonico e della S. Eloquenza. Si inseriva pienamente nella vita forlivese affiancando all'attività dell'insegnamento quella più specificamente sacerdotale: culto, predicazione (la carica di Canonico Teologo gli riconosceva formalmente I'autorità dottrinale che si era acquisita con lo studio e I'abilità oratoria gli consentiva di tenere corsi di predicazione e di missioni popolari in tutta la,Romagna) e educazione dei giovani. E' soprattutto in quest'ultimo settore che si esplicava la sua intelligenza dei tempi. Nella parrocchia di S. Mercuriale, presso cui prestava la propria opera di aiuto al parroco mons. Vitali (v.) radunava, nel 1887,un gruppo di giovani per dar via ad un'opera di educazione morale e di assistenza che facesse crescere nuove generazioni di laici. Era I'avvio del Ricreatorio S. Luigi che, crescendo in fretta, avrebbe avuto bisogno, in poco tempo, di nuovi locali che furono comperati nel 1893 in un'area nei pressi di S. Biagio. Con la collaborazione di don Piero Saccomandi (v.) sviluppava un'istituzione che avrebbe segnato profondamente la vita del cattolicesimo fortivese.

Era infatti vicino a tutte le attività che si stavano promuovendo per realizzare una più incisiva presenza della Chiesa in una società che sembrava avviata verso altre mete. E se si impegnava direttamente nel S. Luigi non per questo, soprattutto nel periodo che coincise con l'ultimo lustro del secolo, ignorava i vasti fermenti che stavano agitando anche il cattolicesimo Forlìvese ove, in seguito alla maturazione di alcune esigenze veicolate dall'Opera dei Congressi, sia alcuni intransigenti (v. don Panzavolta) che alcuni novatori (v. Nediani e Pasini) stavano promuovendo un vasto rifiorire di attivita sociali e culturali di parte cattolica che porteranno frutti abbondanti nel decennio successive. Nel ruolo di Vicario generale faceva di tutto per aiutarli e difenderli dagli attacchi che il mondo conservatore sferrava in continuazione. Nel frattempo il suo ruolo nella vita diocesana si accresceva fino ad essere eletto Vicario capitolare (praticamente vescovo) in seguito al trasferimento di mons. Svampa a Bologna e nominato Vicario generale - alla venuta di mons. Jaffei (v.) fino al dicembre del 1900, quando cioè veniva nominate vescovo di Rimini. L'8 dicembre 1901 entrava in diocesi ove iniziava un lungo periodo di ministero episcopale che sarebbe durato fino ai giorni del passaggio del fronte, e per lo stato rovinoso in cui era ridotto l'episcopio, finì i suoi giorni presso la sorella, nel paese natale.

 

Franco Zagliini

 

Valmaggi Aurelio
(Forlì 1876-lvi 1939), uomo Politico e sindacalista.

 

Nacque in una famiglia di modeste condizioni sociali, a scuola frequentò fino alla seconda classe tecnica, facendosi sorprendere diverse volte <<con opuscoli di propaganda socialista che tentava di distribuire agli scolari>>, come notava la polizia. Iscrittosi giovanissimo al partito, svolse attiva propaganda politico-sindacale nelle campagne forlivesi promuovendo la costituzione di leghe e fratellanze, accanto a Balducci e Zambianchi. In rapporti di personale conoscenza <<coi più noti capi del partito socialista d'Italia>>, V. aderi alla frazione riformista ed appoggiò la candidatura di A. Balducci durante le elezioni politiche del 1897. A 22 anni fece parte del gruppo elettorale socialista di'Forlì, sciolto durante il tragico 1898, e divenne redattore del foglio locale <<II Risveglio>>, riorganizzato da 0. Morgari, che fissò per qualche mese la sua dimora in città, e successivamente da A. Zambianchi. Reclamando I'amnistia e la liberazione di tutti i detenuti politici, nel 1899 partecipò assiduamente a Forli alle manifestazioni e afle elezioni amministrative. Il 29 ottobre 1899 rappresentò, con Zambianchi, i locali socialisti Forlìvesi al congresso socialista romagnolo di Forlì presieduto da A. Costa e il 1 aprile 1900 organizzò in Piazza Vittorio Emanuele una dimostrazione, sciolta dai funzionari di pubblica sicurezza, inneggiante alla Costituente. V. riprese la propaganda nei confronti dei mezzadri Forlìvesi in modo più costante, coadiuvando A. Zambianchi nella fondazione della fratellanza fra i contadini (29 aprile 1900), il cui numero soverchiava i braccianti. Subordinata alla fratellanza, la lega braccianti (nata 10 matzo 1901) partecipò, accanto ai mezzadri, al rinnovo del patto colonico durante il quale V. si distinse nella lotta contro <<la fabbrica>> dello zucchero.

Al I Congresso romagnolo dei lavoratori della terra (Forlì, 10 novembre 1901) V. svolse le funzioni di segretario ed approvò il tentativo di Zambianchi di tenere uniti braccianti e mezzadri attraverso un'effettiva solidarieta di classe. Costituitasi a Forli la federazione romagnola dei lavoratori della terra, la fratellanza forlivese non aderì alla Federterra (24 novembre 1901), nonostante i socialisti non accettassero la finalità della collettivizzazione per conservare, all'interno della nuova orgazzazione, l'unità tra socialisti e repubbbcani.

Alla fine del 1901 a Bertinoro e Forlimpopoli V. iniziò la sua attività di organizzazione e di propaganda fra le masse contadine romagnole, dedicandovi gran parte del suo impegno politico. Passata in mani repubblicane la Fratellanza, V. protestò anche per l'imposizione del repubblicano Serpieri di Rimini a segretario della novella Camera del Lavoro (gennaio I902), alla quale la Fratellanza ben presto aderì.

Mentre tra i braccianti i socialisti iniziavano a perdere sostenitori, V. fu chiamato l'8 aprile 1903 a Massafiscaglia alla segreteria della locale lega contadina. Corrispondente ordinario del <<Tempo>> di Milano e dell'<<Avanti!>> di Roma, ideò con A. Ungania, segretario della Camera del lavoro di Forlì, magazzini cooperative per combattere le speculazioni (fine 1903). Partecipò all'VIII Congresso nazionale socialista (Bologna, 7-12 aprile I904) quale rappresentante della federazione di Forlì con il mandato di votare la tattica <<intransigente>>, ed aderì allo sciopero generate indetto daha Camera del lavoro (I7 settembre 1904). Segretario della federazione socialista del CoUegio di Forlì, V. reclamò, presso i recalcitranti assessori repubbbcani, I'assegnazione dei lavori pubblici alle cooperative da poco costituite. Alle elezioni del 6 novembre 1904 rifiutò di votare, in ballottaggio, il candidate repubblicano G. Gaudenzi. Tra la fine del 1904 e l'inizio dell'anno 1905, V. diventò segretario della Fratellanza dei contadini, tanto era il prestigio di cui godeva come organizzatore anche tra quei ceti.

A II Congresso romagnolo dei lavoratori della terra (Ravenna, 25-26 marzo 1905) svolse una Relazione statistica-economica-morale e state attuale dell'organizzazione di classe dei contadini, mentre il 28 Ottobre successivo partecipò, a Bologna, al convegno delle cooperative braccianti. Collaboratore de <<La Terra>> e redattore responsabile dell'<<Idea socialista>> e <<II Risvegho Socialista>>, V. fu eletto dal consiglio comunale a far parte del comitato locale dell'emigrazione <<come rappresentante delle società operaie agricole. Al II Congresso nazionale dei lavoratori della terra (Bologna, 7-8 aprile 1906), V. partecipò quale delegato dclla Fratellanza contadini di Forli proponendo un ordine del giorno pro-suffragio universale, approvato all'unanimità. Eletto, il 10 agosto 1906, segretario della Camera del lavoro di Forlì (incarico che mantenne fino all'ottobre del 1908), prese parte al Congresso nazionale socialista (Roma, 7-10 ottobre 1906) quale delegato di varie sezioni del Comune di Forli, e al Congresso delle leghe di resistenza (Milano, 29-30 settembre 1906), dove si costituì la Confederazione Generale del lavoro, guidata da R. Rigola. Assieme al repubblicano E. Stanghellini, V. tenne ripetute conferenze sull'organizzazione economica della classe lavoratrice, usando un linguaggio mutuato dal socialismo <<evangelico>> di C. Prampolini. Favorevole al progetto Pantano, nel Consiglio comunale richiese maggiori controlli sui rincari delia carne, I'apertura di scuole serali e soprattutto l'impegno dell'amministrazione repubblicana e socialista verso la riforma del patto colonico. Con G. Gaudenzi V. costituì il Comitato Pro Russia Rivoluzionaria (4 novembre 1906) ed entrò in polemica con F. Bonavita, il direttore dell'<<Idea socialista>>, eccessivamente critico verso le leghe contodine forlivesi. Volendo evitare la condivisione di posizioni <<tendenzarole>>, V. si dimise da redattore responsabile (febbraio 1907) rivendicando <il bisogno di liberarsi da quegli elementi che fanno degenerate la dottrina socialista in teorie anarchiche>>.

Promotore della Federazione delle cooperative di produzione e lavoro di Forlì, entrò a far parte della commissione esecutiva della federazione intercollegiate sociafista (19 maggio 1907) ed iniziò a riportare varie denunce penali <<per aver parlato con linguaggio violento>> durante i comizi ai braccianti, contadini, operai. Lasciata la segreteria della Camera del lavoro di Forli, il 15 ottobre 1908 venne nominato allo stesso incarico presso quella di Imola, ma qualche settimana dopo, ammalato, fece ritorno a Forlì rinunciando alla nomina imolese. Nuovamente segretario della Camera del lavoro di Forlì, V. si oppose alla tattica intransigente elettorale decisa dai socialisti romagnoli in occasione delle elezioni politiche del marzo 1909. IL 14 ottobre 1909 V., assieme a B. Mussolini e al repubblicano Gaudenzi, guidò <<il sovversivismo forlivese>> alla demolizione della colonna della Madonna del Fuoco nel nome di Francisco Ferrer. In questo clima anticlericale, il 6 dicembre 1909 impedì a padre Gemefli di tenere una pubblica conferenza nella chiesa di S. Mercuriale, dopo aver ricevuto un rifiuto al contraddittario proposto. Arrestato, il I2 febbraio 1910 fu condannato dal Tribunale di Forlì a tre mesi di reclusione e alla multa di lire 100. Insensibile alle critiche di Mussolini alla conduzione della Camera del lavoro, V. mantenne l'organizzazione economica autonoma dai partiti e lasciò l'incarico quando la nascita di una nuova cooperativa braccianti, <<la gialla>> (repubblicana), portò la divisione tra il bracciantato e la classe lavoratrice forlivese, in parte condizionato dai contemporanei avvenimenti ravennati. Nel settembre 1910 i lavoratori socialisti, rimasti fedeli a quella <<vecchia>>, protestarono contro la costituzione della <<nuova>> Camera del lavoro, repubblicana, e il 16 ottobre 1910, al Foro Annonario, V., alternandosi con C. Zanotti e Mussolini, invocò vanamente la <<Concordia operaia>>. Nella <<vecchia>> Camera del lavoro V. venne confermato segretario e, contemporaneamente chiamato a reggere la segreteria della federazione collegiale socialista di Lugo nonchè la direzione del periodico locale <<La Fiamma>>. Ritornato a Forli nel gennaio 1911, V. Si impiegò presso la tipografia Lombardini non sottraendosi comunque alla primaria responsabilità sindacale scontrandosi più votte con Pietro Nenni, organizzatore della <<nuova>> Camera. Consapevole della limitatezza del tempo a disposizione, V. diede le dimssiorii da segretario (7 giugno 1911), sostituito temporaneamente da Umberto Bianchi. Riammesso alla sezione socialista Forlìvese, professò <<idee socialiste riformiste>> diffondendole anche sulle colonne de <<La Lotta di classe>>, il periodico diretto da Mussolini. Non coinvolto nello sciopero generate forlivese di protesta contro l'impresa libica, V. fu riconfermato a segretario della Camera del Lavoro, dissentendo comunque dalla proposta di affidarle la gestione delle macchine trebbiatrici. Spettò a V., in seguito, chiedere che la Federazione socialista Forlìvese abbandonasse I'autonomia dal partito centrale.

Rappresentante delle Cooperative di produzione e lavoro della provincia di Forti, V. criticò la creazione dell'u.s.i. (novembrc 1912), nonchè la conduzione della cooperativa braccianti di Forli, diretta dall'anarchico Cesare Zanotti. A Forlìmpopoli, durante il Congresso provinciale socialista (8 dicembre 1912) V. salutò, durante un banchetto d'addio, Mussolini che partiva per dirigere I'<<Avanti!>>. Per molti anni definito <<il duce del coloni del Forlìvese>>, V. diede sempre il suo costante impegno a questi lavori della terra, permettendo ad altri sindacalisti, come Silvio Mantellini, Giovanni Giovaneuti di alternarsi alla segreteria della Camera del lavoro.

Candidato nel collegio politico di Rimini, V. preparò la campagna elettorale renendo conferenze operaie, affrontando contraddittori con parroci ai quali assicurava <<La superiorità della morale socialista di fronte a quella cattolica>>. Indette per sostituire la nobile figura del garibaldino Gattorno, le elezioni del 20 luglio 1913 si conclusero con la vittoria del repubblicano Bellini su V. che riportò voti 905 contro 725. Ma il Parlamento stava ormai per sciogliersi. Il 26 ottobre 1913, nel collegio di ogni (3016 voti) superò il radicale Tosi (1089), il repubblicano Bellini (2112) ma non il liberale Facchinetti (5932). Nel ballottaggio quest'ultimo candidato, appoggiato dall'elettorale cattolico, prevalse chiaramente (7958) su V. (6182), nonostante confluissero sul suo nome anche i consensi radicali e repubblicani. Riprese I'attività sindacale, ricostituì la lega socialista fra cuochi e camerieri, assumendone la carica di segretario e costitù varie cooperative di carrettieri nel riccionese e nella Romagna toscana. Fervido assertore della riforma del patto colonico e dell'esonero del colono dal pagamento delle tasse prediali, V., già dal 1914, auspicò in Consiglio comunale il blocco dei prezzi e degli affitti, la lotta alla disoccupazione, l'inizio di lavori statali. Nel periodo della neutralità, V. non nascose le possibità conseguenze che avrebbero provocato l'intervento militare nel conflitto, ma pur opponendosi <<contro ogni genere di guerra>>, non negava la possibilità che la classe operaia concorresse alla difesa della patria di fronte ad un esercito invasore. Impegnato come propagandista anche nella provincia di Ascoli Piceno, V. si scagliò contro il militarismo e le sue spese improduttive. Con la partecipazione di Serrati, il direttore dell'<<Avanti!>> succeduto al <<guerrafondaio>> Mussolini, apri a Forlì la manifestazione romagnola contro la guerra. Dopo l'intervento italiano nel conflitto europeo, V. deprecò la decisione governativa organizzando e promuovendo manifestazioni contro la guerra, distribuzione di materiale pacifista, ed attirandosi, in tal modo, una lunga serie di denunce. In Consiglio comunale, cui partecipò assiduamente, V. propose perfino una <<tassa di guerra>> per finanziare il Comitato di assistenza pubbbca, ipotizzando requisizioni di grano per calmierarne il prezzo. Fiduciario del Psi a Forlì, rappresentò la locale federazione socialista al previsto Congresso di Roma (25 febbraio 1917), proseguendo una discreta propaganda in favore della pace con manifestazioni a Meldola, con Umberto Bianchi, ed anche a San Marino, con Pietro Franciosi. Delegato assieme ad Umberto Bianchi, rappresentò la federazione socialista romagnola al Congresso nazionale socialista (Roma, novembre 1917) con il mandato di votare <<nel modo più consono al conseguimento di una pace prossima>>. Arrestato il 19 marzo 1918 perchè imputato di aver <<inneggiato>> alla sconfitta di Caporetto, il 29 aprile 1918 fu assolto per insufficienza di prove. Alla fine della conflagrazione europea partecipò al Congresso socialista romagnolo (Ravenna, 28 dicembre i9l8) e il 18 aprile, durante lo sciopero generate forlivese, guidò con Ettore Croce una dimostrazione inneggiando a Lega. Denunciato a Cattolica per aver deprecato l'intervento italiano nel conflitto curopeo, V. si distinse soprattutto durante lo sciopero generate del 20-21 luglio 1919. In tale occasione tenne una pubblica conferenza con Quinto Gaudenzi dove affrontò le tematiche del caro-viveri e della requisizione delle terre incolte. In rapporti non felici con Torquato Nanni, assunse un ruolo assai attivo neba Romagna toscana, organizzandovi per esempio un convegno economico (Rocca San Casciano, 31 agosto 1919) per tentare di attenuare i disagi dei paesi terremotati. Contro i popolari Giovanni Gronchi (25 settembre 1919) e Giovanni Braschi (13 ottobre 1919) mise in rilievo I'<<equivoco>> del loro partito <<sollevando grande entusiasmo>>. Candidato non eletto alle elezioni politiche generali del novembre 1919 nel collegio di Firenze, fu proposto quale segretario generate alla Camera del Lavoro di Forlì. Al Congresso socialista romagnolo (Ravenna, 29 dicembre 1919) si mostrò favorevole alla costituzione di una federazione romagnola e al superamento della tradizionale organizzazione pro\inciale.

Contribui al sorgere di locali sezioni della Lega proletaria dei muiilati, invalidi e reduci di guerra e partecipò al secondo congresso socialista romagnolo (Forli, 25 gennaio 1920), al cui termine fu eletto segretario il ravennate Viscardo Montanari. Componente il Comitato romagnolo di azione sindacale, proseguì il ciclo delle conferenze nei centri rurali, costituendo ovunque leghe di contadini (febbraio 1920) rifiutando i patti agrari conclusi a Meldola dai rappresentanti del Partito popolare. Dopo aver partecipato al iii Congresso socialista romagnolo (Rimini, 13 maggio 1920) coritribui alla preparazione della piattaforma programmatica per le imminenti elezioni amministrative. Al Congresso delle organizzazioni economiche della provincia di Forli (Cesena, 5 settembre 1920), si costituì un'unica Camera del Lavoro, quella Confederale, con sede a Forli. Proposto per la nomina del segretario generate, egli rifiutò l'incarico a favore di Lorenzo Lorenzetti. Presente al comizio pro-Russia e vittime politiche (Forli, i8 settembre I920), partecipava nelia stessa citta al congresso provinciale socialista (20 settembre 1920) commemorando, agli inizi di novembre, il terzo anniversario della rivoluzione russa. Nel consiglio provinciale, dove venne eletto nonostante fosse stato accusato di essere massone, caldeggiò la ripresa delle relazioni commericali con <<La Russia dei Soviet>>. Alla sezione socialista di Forlì è 12 dicembre 1920 rassegnò le dimissioni affidando ai comunisti <<puri>>, vincitori su quelli <<unitari>>, la segreteria della stessa. Alla fine di dicembre, a Forli, il IV Congresso socialista romagnolo confermò la spaccatura tra comunisti e massimalisti, un preludio alla scissione di Livorno che avveniva mentre il fascismo gia colpiva duramente Bologna e Ferrara. Membro della direzione della Federazione al termine del v Congresso socialista tomagnolo (Castelbolognese, 14 febbraio 1921) partecipò alle elezioni politiche generali del maggio 1921, fallendo l'obiettivo dell'elezione. Attivissimo assessore provinciale, sostituì più volte il Presidente, il socialista cesenate Egisto Paviran, osservando un'equa assegnazione degli appalti , alle varie organizzazioni e proponendo l'adesione della Provincia alla Lega dei comuni socialisti. A metà del maggio 1921 il popolare Braschi lo salvò da una decisa reazione di cattolici di Corpolò che si erano opposti ai suoi tentative di disturbare la processione religiosa.

Candidato non eletto per il Psi alle elezioni politiche generali del maggio 1921, V. proseguì nei sopralluoghi alle sezioni socialiste della provincia per valutarne la funzionalità, non interrompendo I'attività sindacale, sebbene la Camera confederate provinciale del lavoro, a maggioranza comunista, avesse come segretario Enrico Ferrari e, non di meno, Torquato Lunedei guidasse localmente la Federterra. All'inizio del 1922 I'Afleanza del lavoro parve in grado di poter fronteggiare la protervia lascista, ma lo sciopero fallito dell'agosto 1922 si incaricò di mostrarne la generosa ma fragile consistenza. Alla fine del settembre 1922 i fascisti occuparono Forlì ma la Giunta provinciale socialista si era già dimessa, per protestare contro le intimidazioni, il 13 settembre. Fu lo stesso V. ad adempiere al passaggio delle consegne al Commissario prefettizio.

Coerente alla sua formazione riformista, V. partecipò a Forlì nel giugno 1922 al Congresso socialista romagnolo dove aderì alla linea <<coflaborazionista>> di Baldini e Montanari, che prevalse su quella <<intransigente>> di Morigi e Fabbri.

Dopo il XIX Congresso nazionale socialista (Roma, ottobre 1922) V. uscì, quindi, dal Psi per andare al Psu di Turati e Matteotti, ed anche in questa nuova formazione, per quanto possibile, svolse attiva propaganda. Più volte aggredito, oggetto di minacce ed intimidazioni, V. fu candidato dei socialisti unitari, di cui era il maggior esponente Forlìvese, in occasione delle elezioni politiche del 1924. Il 21 dicembre 1926 V. venne diffidato <<perchè tenace nel consenare i suoi principi socialisti>>. Sospettato di fare <<propaganda disfattista in danno del Governo nazionale fascista>>, V. divenne più prudente, mantenendo un contegno <<riservato>>. Sempre occupato presso lo stabilimento tipografico Lombardini, la sua condotta politica ancora nel 1933, <<non ha fornito prove di ravvedimento per cui viene adeguatamente vigilato >>, come informava la polizia. La forte fibra morale di V. seppe vincere le lusinghe del conformismo e I'aspra quotidianità di chi non ha comunque perso la speranza di una società più giusta. Anche negli anni del cosiddetto <<consenso>>, V. non cedette, al pari di altri, agli allettanti richiami ed ancora, come nel 1938, non diede <<prove di ravvedimento>>.

 

Davide Angelini

 

Torna  Torna.jpg (1234 byte)