DECIO RAGGI
di G.Zoboli

GIALLO DEL CALVARIO

Spetta alla Romagna l'onore di annoverare tra le schiere dei suoi eroi la prima medaglia d'oro della guerra del 1915, il tenente Decio Raggi, alfiere di gloria della Brigata Casale.
Prima medaglia d'oro in ordine di tempo: e questa priorità lo illumina di un fascino tutto particolare, come se si trattasse del capostipite di una famiglia perfettissima santificata dal sangue.
La figura di Decio Raggi deve essere soprattutto ammirata dalle giovani generazioni studiose del Fascismo, che, sempre così desiderose dell'esempio, in essa potranno vedere un vero uomo, o meglio un vero giovane di un nostro tempo: giovane che passati i furori umani e bellissimi dell'adolescenza e della goliarda, s'appresta giunto alla sua maturità a considerare la vita come una cosa seria, il lavoro come una cosa alta, e la Patria come l'ideale supremo.
Nell'Ateneo di Bologna, effigi gloriose si trovano accanto a significare le tradizioni guerriere dell'Università italiana: un maestro e un discepolo, Giacomo Venezian e Decio Raggi; entrambi immolatisi nella lotta comune, simbolo della continuità ideale fra gli educatori e gli allievi.
Va del loro disinteresse e della loro fede le premesse ideali al nascere della Rivoluzione. Leggiamola un poco, la vita di questo Decio Raggi, per essere poi edificati su quella che chiamiamo purezza politica di un uomo. Laureato in legge, la sua cultura agile e profonda, e la sua fede provata - purtroppo tanto spesso ora queste due qualità si trovano nello stesso individuo ad escludersi vicendevolmente! - lo posero fin dai primi istanti dello scoppio del conflitto tra gli interventisti più ardenti; e la sua coerenza, al di fuori da ogni calcolo, lo fece trovare fin dall'inizio delle operazioni tra le compagnie in grigioverde. Da questo momento la figura di Decio Raggi si trasporta verso il mito, e si confonde con il mito più grande e sorprendente delle azioni di guerra della Brigata Casale, dell'Undicesimo e Dodicesimo Fanteria di Locchi, dei fanti divinizzati dalla festa sanguinosa delle giornate del Calvario e di Gorizia. Decio Raggi non è allora solo il simbolo dell'eroismo universitario, ma anche dell'eroismo romagnolo, di cui la Brigata gialla è l'incarnazione più evidente. Scriveva da presso a Gorizia: "Le palle mi hanno spesso fischiato a pochi centimetri, ma sono sempre incolume: si vede che qualche santo mi assiste". Fu l'ultima lettera. Il 19 luglio esce con una pattuglia della sua compagnia per aprire un varco nel reticolato avversario. Il silenzio e la quiete del luogo non lasciano supporre l'insidia celata. L'esitazione dei suoi uomini lo porta ad offrire con la sua generosità l’esempio più convincente. E il nemico ha cominciato a sparare, a sparare. E lui solo avanza, è già sotto al reticolato, taglia con le pinze il segnale d’allarme.

Un grido bello e sprezzante gli esce: "un gnié piò inciun", in romagnolo genuino; la fortuna lo tradisce, lo colpisce. Il petto è rotto, traforato. Sperarono di salvarlo, ma non fu che un prolungare le sue sofferenze, più violente perché sopportate con raro stoicismo.
Dopo cinque giorni nell’ospedaletto, Decio muore; e le sue ultime sono parole di amore profondo e sconfinato, nel nome santo di Dio.
Il suo testamento spirituale, scritto qualche giorno prima in un istante di presentimento, di quelli che sono comuni a tutti i martiri in procinto di sacrificarsi, è tutto un inno a Dio e alla Patria. Ma c’è un pensiero in una sua lettera che ci preme di ricordare, un pensiero che illumina in tutta la sua pienezza la figura di Decio: "Il posto d’onore e del dovere è Qui in prima linea, fra i soldati nostri; e quando si compie il proprio dovere, quando si sta senza transizioni e compromessi con la propria coscienza al proprio posto, niente si ha da temere, qualunque cosa avvenga".
Applicate questa frase a molte situazioni di oggi, e ditemi se non vi sembra scritta da un Guido Pallotta.

Motivazione della Medaglia d'Oro

Nobilissimo esempio di mirabile eroismo, sotto il grandinare dei proiettili, si lanciava primo sulla trincea nemica, e, ritto su di essa, sfidando la morte pur di trascinare i suoi soldati nell'audace conquista, li incitava e li rincuorava invocando le tradizioni della sua forte Romagna e, colpito a morte, nel sacrificare la sua generosa vita alla Patria, spronava ancora a compiere l'impresa valorosa, si chiamava beato della sua morte ed inneggiava al glorioso avvenire dell'Italia.

 

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