MONTE POGGIOLO

 

Storia.

La fortezza, situata sul rilievo cupoliforme di Monte Poggiolo, domina la parte sud orientale della Pianura Padana dai dintorni di Forlì fino all’Adriatico. Ad est sovrasta il fiume Montone e ad ovest i rilievi collinari verso il faentino. Data la sua importanza strategica la Rocca fu anche lungamente contesa: nel 1179 i Ghibellini Romagnoli la occuparono e la distrussero ma, sei anni dopo, venne ricostruita dai Castrocaresi, che furono costretti a cederla al Comune di Forlì. Dal 1234 al 1317 la tennero i Fiorentini fino all’arrivo degli Ordelaffi che, a loro volta, furono costretti a consegnarla alla Santa Sede, la quale la restituì ai Castrocaresi che la fortificarono, ma, nonostante ciò, la occupò Francesco Manfredi. Nel 1371 la fortezza tornò sotto il dominio della Santa Sede e, in seguito, riconquistata dalla famiglia Ordelaffi che fu però costretta a riconsegnarla alla Santa Sede. Per cent.’anni i Fiorentini e i Forlivesi si contesero la rocca, finché nel 1482 venne ricostruito da Giuliano da Maiano. Alla fine del 1500, la Rocca perse la sua importanza in seguito alla costruzione della fortezza di Terra del Sole, munita di artiglieria. Nell’aprile del 1951 un meteorite fece crollare un bastione dell’antico castello di Monte Poggiolo. Circa trent’anni fa la Rocca fu acquistata dall’architetto bolognese Luigi Vignoli, che tentò di iniziare il restauro, ma il progetto venne respinto. Quindici anni dopo il complesso fu acquistato da Enrico Schiavina di Bologna, già vice-presidente dell’Associazione Italiana Castelli. Su suggerimento della Soprintendenza Archeologica egli intendeva alloggiare nella Rocca anche i reperti del Paleolitico ritrovati sul posto. Il costo dell’opera, con le restrittive prescrizioni imposte dalla Soprintendenza, apparve ancora troppo alto, quindi nulla di fatto. Durante la visita della Rocca effettuata il 20 aprile 1995 abbiamo riscontrato che le condizioni sono particolarmente gravi, anche se un’impalcatura attorno alla costruzione ci aveva fatto sperare in un recupero. Da alcune interviste a gente del luogo sembrerebbe che il proprietario avesse iniziato la ristrutturazione per adibire la rocca a ristorante, altre fonti invece ci dissero che doveva essere adibito a museo etnografico. Ora la Rocca, spogliata anche delle impalcature, presenta un progressivo degrado, dovuto al tempo e ai soliti vandali, senza che ci sia una pur minima possibilità di intervento statale per la conservazione del patrimonio storico e artistico.

Architettura.

La costruzione è a pianta quadrilatera irregolare, per adeguarsi al terreno o forse per sfruttare fondamenta già presenti. Agli angoli ha quattro torrioni cilindrici, il torrione sud-est è più alto e grande degli altri ed ha interessanti particolari architettonici. All’interno della Rocca si possono ancora trovare e vedere i torrioni a volta emisferica per far sì che la struttura sia più resistente. I solai del Mastio e del torrione nord-ovest erano irrobustiti da travi di legno ancora visibili. Gli scudi esterni delle cannoniere sono di pietra arenaria con foro tondo, secondo il più diffuso tipo del ‘400; all’interno le cannoniere sono a pianta trapezoidale, costruite con lastre di pietra inclinata, sopra di esse ci sono sfiatatoi rettangolari. I beccatelli sono di mattoni in laterizio posti tra gli archetti. I corridoi interni della Rocca sono a volta bassa, costruiti in arenaria come le porte visibili tuttora. Alcune cannoniere sono dentro al fossato, cioè alla base dei torrioni e sono più di quattro all’interno di essi. La Rocca ha due ingressi, uno al centro del Mastio e l’altro nella cortina ovest: il primo ha due porte, superata la seconda il passaggio diventa stretto e basso fino ad arrivare ad un terzo portone. La seconda porta, nella cortina, ha un’altezza di 1,50 metri e non si vedono resti di ponti levatoi, perché era nascosta nel fossato. La pianta originaria mostra che il piano terra era adibito a scuderia ed il piano superiore a dormitorio e comunicante con la scala a chiocciola del torrione nord-ovest. Purtroppo la parte sud, rovinata dal meteorite, è irriconoscibile. Probabilmente le cortine nord ed est erano affiancate da un ballatoio di servizio e usate come magazzino. Nel cortile si aprono tre botole quadrate: una adibita a silos interrato, una seconda apertura si presenta come un tombino profondo circa 10 metri, usato come filtro delle acque piovane, l’ultima è cilindrica, alta circa 2 metri. Una scala porta al cammino di ronda, che è continuo fino al Mastio dove c’erano due cannoniere. Le casematte dei torrioni hanno pareti di circa 2,50 metri di spessore a volta emisferica, con corridoi che sfociano nei reparti adibiti alle cannoniere. Alla base della Rocca di Monte Poggiolo è stato ritrovato nel 1983 quello che a tutt’oggi si ritiene essere il più antico sito preistorico europeo. Avendone avuto notizia, abbiamo manifestato il desiderio di visistare gli scavi, fatto che si è rivelato più facile del previsto: interpellato infatti il prof. Carlo Peretto, che fin dall’inizio ha seguito gli scavi, abbiamo ottenuto non solo il permesso, ma anche la sua disponibilità ad accompagnarci insieme al geologo Antoniazzi. Così, in una bella giornata di aprile, siamo saliti sul colle di Monte Poggioloo e qui la competenza, la vivacità e la passione dei due esperti ci hanno tanto toccato che abbiamo commentato: " Sono riusciti a far parlare un buco e dei sassi ! "

Da una intervista al prof. Peretto.

"A Monte Poggiolo sono state effettuate interessantissime ricerche archeologiche in seguito al ritrovamento di alcuni oggetti che denotavano una particolarità importante: erano di fattura molto semplice e quindi di età molto antica. Lo scavo, che ha raggiunto la profondità di 4-5 metri, è stato diretto dai prof. Antoniazzi, Prodi, Fontana e Peretto, che proseguirono i lavori fino al 1992 permettendo il recupero di migliaia di oggetti. Vennero fatte indagini di ordine stratigrafico, paleomagnetico e paleontologico, che hanno dato l’opportunità di ricostruire il clima, l’ambiente, ma soprattutto il paesaggio di allora. Da queste ricerche si deduce che, nel nostro territorio, 800.000-1.000.000 di anni fa, ci fu un insediamento e che questo si colloca, come età, nel momento in cui i primi uomini provenivano dall’Africa dove, 3.000.000 di anni prima, i nostri progenitori, abbandonando le foreste e acquisendo la posizione eretta, si erano diffusi nella savana sud-orientale. Intorno ai 2.500.000 di anni fa ritroviamo i loro primi strumenti, circa 1.500.000 di anni fa compare una forma particolare di uomo, l’uomo eretto (Homo erectus), che si diffonde in tutta l’Africa e nel continente Euroasiatico. Si ipotizza che arrivi in Europa non prima di 1.000.000 di anni fa".

Come era fatto questo uomo?

"Abbiamo una grande scarsità di informazioni sull’aspetto fisico, però possiamo immaginare che l’uomo eretto fosse più o meno grande come noi (1.70 cm), con una mole corporea uguale alla nostra, con gli arti superiori completamente svincolati dall’evoluzione, con una capacità di fare strumenti e un cranio, nei più evoluti, di 1.200 cm3 e, nei meno evoluti, di 800-1.000 cm3. Le dimensioni del cranio risultano in proporzione con la mole corporea, come accade per il cranio più piccolo delle donne rispetto a quello dei maschi. L’uomo, rispetto alle scimmie, ha alcune caratteristiche importanti: stazione eretta, attività strumentale, un cervello di dimensioni superiore ed una struttura sociale che è basata sul rapporto di coppia".

E’ importante credere che una delle caratteristiche prima dette siano aspetti determinanti?

" E’ sbagliato pensare a questo; l’interazione di tutti questi fatti fa dell’uomo l’animale vincente e lo dimostra il fatto che non soltanto l’Homo erectus, ma anche le altre specie più recenti hanno occupato tutti gli ambienti. Per meglio capire come sia potuto accadere ciò si ricorre ad una delle formule in cui il peso del cervello viene messo in rapporto con il peso corporeo (peso encefalico relativo). In questo modo si tiene conto della progressione filogenetica verificatesi nelle varie forme di ominidi tenendo conto della complessa azione operata dall’ambiente per un ampliamento della capacità cranica e per il differenziamento del cervello. Monte Poggiolo è una delle più antiche testimonianze dell’uomo in tutta Europa. Si sa ben poco delle persone qui vissute nell’antichità perché non sono stati ritrovati resti umani, mentre si sono rinvenuti numerosi strumenti. Essi sono scheggiati in modo sommario, utilizzando ciottoli di selce di 15-20 cm di dimensione. Questi strumenti venivano utilizzati per la caccia, per lavorare il legno...."

Alcune considerazioni del prof. Antoniazzi sul sito di monte Poggiolo.

" Si pensava ad un deposito di tipo fluviale che non ha continuità nella zona. Il sedimento si è poi sollevato rispetto alla posizione originale per spostamenti del terreno. Sono state rinvenute conchiglie fluviali, resti di ostrica che significano che c’era un certo rapporto con il mare ed dall’insieme degli studi è nata una ricostruzione paleoambientale: si tratta di una linea di costa, come una spiaggia, interrotta da fiumi che sfociavano nel mare portando deposito. In queste ghiaie c’era una prevalenza di pietre selcifere che risultarono utili all’uomo nella costruzione degli strumenti. Nei dintorni di questa zona ci sono le sabbie gialle e depositi di ghiaia di spiaggia risalenti all’età precedente. L’ambiente era quindi costiero, successivamente il mare si è ritirato lasciando il deposito e quello che c’era per l’effetto del clima. Alla crescita della vegetazione si è formato un suolo rosso, la pedogenesi ha intaccato la roccia e ha trasformato i sedimenti. Questo giacimento, formatosi in condizioni climatiche diverse da quelle attuali, contiene come residuo, l’industria della roccia originaria. Successivamente il giacimento ha subito cambiamenti: si è avuto un sollevamento. Nella parte sollevata c’è una parte che si è abbassata distruggendo il giacimento più alto. Inoltre sono stati trovati pollini che risalgono alla prima glaciazione."

Prosegue il prof. Peretto:

"Quindi, riassumendo, l’uomo si era accampato in una spiaggia, in prossimità di un corso d’acqua che depositava ghiaia, tra cui la selce, che veniva usata dall’uomo per la caccia, l’agricoltura.. poi il mare si è ritirato, si è sviluppata la vegetazione e l’azione tettonica ha riportato tutto più in alto di 200 metri; qui è sicuramente vissuto l’uomo perché la scoperta degli strumenti combacia perfettamente e ci chiarisce che essi sono stati scheggiati sul posto. Per arrivare alla scoperta dei ritrovamenti di Monte Poggiolo è stato molto importante lo studio del paleomagnetismo che si basa sul magnetismo terrestre: ci sono stati periodi in cui era inverso. Ad esempio prima di 700.000 anni fino a 1.100.000 anni da oggi è stato contrario mentre da 700 ad oggi è sempre stato positivo. Questo cosa importa? Tutti i sedimenti ferromagnetici si orientano secondo il campo magnetico di quell’epoca. A Ginevra sono stati provati molti sistemi: si preleva un campione di terreno (cubetto di 1cm x 1 cm), lo si mette dentro una scatolina di plastica, si mantiene la loro posizione geologica, si va in laboratorio e con strumenti si riesce a misurare l’orientamento degli elementi ferromagnetici di quel cubetto e così si sa se sono diretti o inversi. Dalle prove in laboratorio risulta che tutti i sedimenti di questo deposito sono inversi quindi sono più antichi di 700.000 anni fa. Ci sono anche dei sistemi per misurare i raggi alfa, beta e gamma nei cristalli di quarzo per sapere la posizione dei materiali. Anche i pollini e le essenze di piante che non esistono più, aiutano a datare il sedimento. Importante è scavare per tagli ben definiti così si sa da quale livello arriva qualsiasi oggetto."

Perché non si effettuano più scavi?

" Perché non ha senso trovare altri 2000 reperti più o meno simili, la miglior conservazione di questi oggetti è lasciarli dove sono, così in futuro si potranno fare altre ricerche archeologiche con nuove tecnologie e provare altre indagini. Importante non è la quantità, ma la qualità."

Quale fauna era presente ?

"C’erano il mammuth, l’elefante antico, quello meridionale, molto grande con lunghissime zanne, una specie di rinoceronte e una di bisonte."

E qual’era la flora?

"Nel giacimento sono state ritrovate molte graminacee e qualche piccola quercia (il clima era un po’ più freddo di quello attuale)"

Se il clima era più freddo perché c’erano gli elefanti?

"Noi siamo abituati a vederli in Africa, nelle savane, con un clima molto caldo, ma questi pachidermi non vivono lì per il clima, ma per la presenza di molti spazi aperti, quindi la savana è adatta, in ogni modo gli elefanti vivevano un po’ ovunque."

Dopo l’incontro sul posto con il prof. Peretto e il geologo Antoniazzi abbiamo continuato le nostre ricerche sui testi specifici e...

Il ricoprimento vegetale nell’area padana durante il Pleistocene inferiore e medio.

Il sito di Ca’ Belvedere di Monte Poggiolo presso Forlì, oltre a fornirci importanti notizie sul più antico popolamento della Pianura Padana, ci consente di aggiungere nuove conoscenze sugli ambienti pleistocenici, in particolare per il Pleistocene inferiore e medio. Facendo le dovute considerazioni sul contenuto pollinico delle tre principali unità stratigrafiche, si può dire che a Monte Poggiolo, esistano tre tipi di ambiente.

  • L’unità stratigrafica più antica è formata da una serie di argille marine, che hanno rivelato la prevalenza di essenze arboree su quelle erbacee, e, fra le arboree, delle conifere sulle latifoglie. Il ricoprimento vegetale era di tipo forestale dominato da pini (Pinus sylvestris ecc.) e da abeti (Abies e Picea). La presenza in bassa percentuale di alcuni tipi di specie come Cedrus e Tsuga, consentono di dire che le condizioni ambientali erano già sfavorevoli per la sopravvivenza di alcune specie , che richiedono un clima temperato e molto umido. Le latifoglie sono quasi assenti, le uniche rappresentate sono del genere Carya, Pterocarya, Parrotia, Betula, Corylus e Tilia.
  • Il secondo tipo di ambiente si riferisce ai sedimenti continentali ciottollosi-sabbiosi spiaggiati propri dell’insediamento paleolitico. Anche in questo scavo si evidenzia un ricoprimento vegetale di ambiente freddo con dominanza delle erbacee, fra cui non mancano gli elementi steppici e fra le arboree le più rappresentate sono i pini e gli abeti.
  • Infine un ambiente arido e freddo, steppico di chiara età Wurmiana è invece legato al deposito sabbioso, che ha riempito le fessurazioni subite dal complesso ghiaioso dopo lo slittamento. Dalle analisi dei pollini risulta che è formato dal 96,8 % di specie erbacee, fra cui dominano le forme tipiche delle attuali steppe dell’Europa centro-orientale.

I primi abitanti della Valle Padana.

Le prime indagini sugli abitanti della Valle Padana risalgono al secolo scorso, sviluppandosi in particolare nell’Emilia Romagna e nel Veneto. Gli studi si intensificarono fra il 1970 il 1980, soprattutto dal 1975 si posero le basi per una nuova interpretazione delle industrie del Paleolitico inferiore. Mediante le ricerche si è giunti alla conclusione che l’uomo preistorico si insediò nella Pianura Padana almeno un milione di anni fa abitando più frequentemente il Pedeappennino emiliano-romagnolo e i monti Lessini nel Veneto. Dalle analisi stratigrafiche, non è ancora possibile dare una visione globale del Paleolitico inferiore, ma soltanto di scoprire, in modo parziale questo lungo periodo. Si ritiene che le lacune siano dovute più ad una assenza di informazioni, che ad una saltuaria dislocazione dell’uomo primitivo.La sequenza dell’industria del Paleolitico inferiore viene così suddivisa:

  • La fase più antica è caratterizzata da industrie su ciottolo del Pleistocene inferiore. Esse sono caratterizzate dall’essere poco elaborate con presenza di numerosi chopper uni- e bifacciali. Gli scavi sistematici, i sondaggi grafici e i rilevamenti hanno confermato che le industrie litiche si trovano in sedimenti posti al tetto di potenti serie marine o di depositi sabbiosi. Tra i siti menzionati, particolare significato riveste quello di Ca’ Belvedere di Monte Poggiolo scoperto nel 1983.
  • La seconda fase presenta industrie più recenti di dimensioni minori di quelle più antiche. Dominanti sono i raschiatoi, per lo più convessi laterali, le punte hanno minor incidenza, quasi assenti sono i bifacciali, che in ogni caso sono ben lavorati e di dimensioni ridotte. Una buona parte dei manufatti sono trasformati in utensili, i raschiatoi sono abbondantissimi, mentre tutti gli altri tipi sono poco rappresentati.

Il problema dei primi abitanti d’Italia.

L’ipotesi classica afferma che la popolazione in Europa si sia sviluppata circa un milione di anni fa, perciò si effettuano diverse riflessioni prima di esprimersi in giudizi sul significato dei complessi più arcaici finora noti in Italia e la problematica si complica ancora di più, quando la confrontiamo con gli insediamenti in Africa e nel Massiccio Francese, sfasati cronologicamente rispetto ai nostri.

In ogni modo possiamo dire che:

- la maggior parte dei siti non è controllata cronologicamente,

- quasi sempre si tratta di materiali privi di contesto faunistico o in dubbia associazione,

- l’unico punto in comune risulta essere l’assenza di elementi bifacciali e una scarsa presenza di manufatti su scheggia.

A questo punto è conveniente chiederci quali siano le documentazioni del periodo compreso tra 1,0 e 0,7 milioni di anni: molti dati cronologici incerti, insignificanti e trascurabili, ridurrebbero a pochi siti, sui quali confermare, in Italia, l’esistenza di uno stadio tecnologico privo di bifacciali. Inoltre è molto importante chiedersi come mai si hanno documenti, dati così incerti e scarsi. Forse ci si trova di fronte a un modello di popolazione molto strana, diverso da quelli delle epoche vicine, con saltuarie e limitate presenze. Un’altra cosa da chiedersi è come mai circa un milione e mezzo di anni fa, tra i 2,5 e il 1,0 milioni, di eventuale presenza in Europa, non abbia lasciato sufficienti tracce in tutto il continente, nonostante l’intensità, diremmo quasi da boom demografico, evidenziato nei siti del Massiccio Francese. In conclusione sembra che l’inizio del Paleolitico in Italia si presenti con un certo ritardo cronologico, ma con modalità coerenti con il quadro comprendente il resto d’Europa. I problemi che si presentano non sono quindi di facile soluzione, è necessario perciò una critica più serrata dei dati e una severa selezione dei siti documentabili nei loro vari aspetti, critiche che potrebbero portare a diverse soluzioni.

L’industria di Ca’ Belvedere di Monte Poggiolo.

I dati geologici e paleontologici confermano che i ritrovamenti di Monte Poggiolo appartengono al più antico ciclo del Paleolitico inferiore fino ad ora rinvenuto in Italia e in Europa. Le industrie su ciottolo segnalano le più concrete testimonianze del primo popolamento del nostro continente. Il giacimento di Monte Poggiolo è particolarmente interessante per la sua consistente serie stratigrafica e per la quantità di reperti raccolti. Un numero elevato di oggetti pervenuti dagli scavi permette l’effettuazione di rimontaggi poiché i singoli pezzi si sovrappongono e combaciano evidenziando così la tecnica di scheggiatura impiegata per la loro produzione avvenuta sicuramente in loco.

I numerosi manufatti raccolti possono essere suddivisi in tre gruppi:

1) quelli raccolti sulla superficie del giacimento,

2) quelli recuperati in occasione del sondaggio (1984),

3) Quelli derivati dallo scavo sistematico iniziato nel 1988 e tuttora in corso.

Nell’industria di Ca’ Belvedere sono stati trovati 6053 pezzi con una uniformità della materia prima utilizzata, un’alta percentuale di coltelli a dorso naturale e una preponderanza delle forme bifacciali in genere lavorati con pochi colpi. La roccia quasi esclusivamente utilizzata è la selce, i reperti sono tutti in ottimo stato di conservazione.

Il sito di Monte Poggiolo nell’ambito delle conoscenze geologiche regionali.

L’area collinare in esame, situata nel centro della Romagna (Italia), è imperniata sul rilievo cupoliforme di Monte Poggiolo (212 m ), che ad est sovrasta il fiume Montone e ad ovest termina nell’incisione calanchiva di rio Monticino. Dalla sommità del colle la fortezza medicea domina la parte sud orientale della Pianura Padana dai dintorni di Forlì fino all’Adriatico. Nell’area interessata dal giacimento di Monte Poggiolo si presenta una successione di terreni del quaternario, con alla base la formazione plio-pleistocenica delle Argille Azzurre. Questa formazione, caratterizzata da argille marnose spesso ricche di silt, con sottili intercalazioni limose e sabbiose, presenta anche il calcare organico "spugnone o spungone" di deposito profondo. Nei depositi di Argille Azzurre si trovano Foraminiferi e associazioni faunistiche di Molluschi marini. Gli esami del polline hanno rivelato un quadro ambientale di tipo forestale di clima fresco e umido, caratterizzato prevalentemente da conifere. Alle Argille Azzurre succedono la Sabbie Gialle costituite da sedimenti sabbiosi di spiaggia datate 1,4-1,3 milioni di anni. Al di sopra delle Argille Azzurre, nella zona di Monte Poggiolo, troviamo sedimenti ghiaioso-sabbiosi, costituiti essenzialmente da ciottoli calcarei, selciferi e arenacei. I dati stratigrafici e paleontologici attualmente disponibili non consentono di definire l’età dei sedimenti, però i primi risultati dell’indagine magnetostatica in corso, hanno evidenziato che il deposito esisteva prima di 0,73 milioni di anni fa inducendo a ritenere verosimile che il giacimento di Ca’ Belvedere appartenga al Pleistocene inferiore.

Stratigrafia del giacimento di Ca’ Belvedere.

Lo scavo, iniziato negli anni 1988-89 dopo un saggio iniziale realizzato nel 1984 ci induce a pensare a una situazione costiera, in cui una spiaggia sabbiosa, alla foce di un corso d’acqua, divenne ghiaiosa per alluvioni ricche di ciottoli.

Dai dati raccolti possiamo dire che:

  • l’industria paleolitica fu frequentata da ominidi che utilizzavano le selci per costruire i propri strumenti e che la scheggiatura poteva avvenire lungo le rive ghiaiose o scarpate fluviali;
  • il paleoambiente era di ambito fluviale, con canali anastomosati, aperto alle influenze marine;
  • il sedimento ha subito un importante processo pedogenetico con fratturazioni, frane ed erosioni.

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