FORLÌ

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Storia.

Nella preistoria gli uomini giunsero nel Forlivese percorrendo il crinale dell’Appennino Tosco-Romagnolo e da esso scesero lungo i diversi crinali secondari stabilendosi prima in montagna e collina e più tardi in pianura perché quest’ultima era soggetta a continue alluvioni. Inizialmente, vivevano in piccoli gruppi di famiglie seminomadi che si accampavano vicino alle sorgenti, ma in seguito gli uomini iniziarono a insediarsi stabilmente e costruirono i primi ripari contro le intemperie. Il sito dei villaggi veniva scelto nel punto in cui un sentiero giungeva su un promontorio e poco lontano c’era una sorgente d’acqua. Nel 7000 a. C. si procuravano il cibo con rozzi strumenti di pietra, legno e ossa di animali e praticavano una economia di sfruttamento. Nel 5000 a. C. si passò ad una economia produttiva basata sull’allevamento e sull’agricoltura. Nel 2000 a.C. si continuò ad esercitare la raccoglitura e la caccia, ma si diffuse anche l’allevamento delle pecore e delle capre. In questa età iniziò la lavorazione dei metalli (spade, pugnali e spille). Il moltiplicarsi degli interessi economici determinò l’intensificarsi dei commerci e l’aumento dell’importanza dei percorsi di collegamento fra i villaggi. Alcuni centri, che si trovavano vicino ai guadi più frequentati diventarono più popolosi, ricchi e potenti. Verso il 900 a.C. le popolazioni scesero a valle dove iniziarono le opere di trasformazione, cominciando col facilitare l’attraversamento dei fiumi, costruendo passerelle e ponti in legno: In questo periodo si diffuse l’allevamento dei cavalli, la lavorazione della ceramica e la metallurgia. Con i Villanoviani ha inizio la gerarchizzazione dei centri abitati: alcuni assunsero il predominio su quelli vicini e sulle campagne circostanti. Nel VII-VI secolo a. C. il territorio forlivese passò sotto il dominio degli Umbri. I loro centri abitati erano situati presso i principali fiumi. Altri popoli furono i Galli. Insediatisi nel VI-IV secolo a.C., si stanzieranno nell’alta pianura e si dedicheranno all’agricoltura e all’allevamento. Nel III secolo a.C. ci fu l’occupazione romana e fu fondata Forum Livii: il Foro di Livio. Nel 187-188 fu costruita la via Emilia e nei secoli successivi il centro godette d’una relativa tranquillità e di nessuna fama. Dovette essere un centro agricolo prima e commerciale poi. La caduta dell’Impero Romano lascia la popolazione forlivese in balia di ogni sopruso da parte dei barbari, bande di ladri e predoni. La popolazione si stringe all’unica autorità rimasta, che è quella ecclesiastica. Forlì diventa autonoma nel XI secolo con l’avvento dei Comuni. Durante il XIII secolo Forlì esce dall’anonimato, infatti si fa protagonista della varie guerre contro Faenza e Bologna (Guelfe). Nel 1241 si allea con Federico II e conquista Faenza. Come segno di riconoscenza, quest’ultimo fa inserire l’aquila sveva nello stemma della città, dà il diritto di coniare delle monete e ai senatori di indossare la toga di porpora. Nel 1275 Forlì è guidata da Guido da Montefeltro, che aveva il compito di sostituire gli Svevi nelle difesa della città a causa della decadenza di questi ultimi. Proprio in questo periodo si riportarono dei successi a Bologna. Ma la battaglia più famosa è quella del 1282: combattuta e vinta da Forlì, sempre con la guida di Montefeltro, contro l’esercito francese al servizio del Papa Martino IV. Così l’anno dopo il Papa, per vendicarsi, invia l’esercito francese guidato da Monforte, che riesce a sottomettere la città minacciando la popolazione. Guido da Montefeltro si sente tradito e lascia la città. Da qui fino agli inizi del 1300 la dominazione di Forlì passa alla Chiesa, ma da quest’ultima la città si libera diventando un rifugio per i Ghibellini di altre città. Dopodiché salgono al potere gli Ordelaffi sulla cui origine esistono due ipotesi:

1) che discendessero da uno dei compagni dell’Imperatore Berengario, incoronato nel 915 da Giovanni X;

2) che avessero origine dalla famiglia veneta di Faledro, il cui nome letto al contrario forma Ordelaf.

In questo periodo la città di Forlì comincia ad essere arricchita con monumenti e con la costruzione della Rocca. Il merito della costruzione di questi edifici va al più famoso esponente della famiglia degli Ordelaffi: Pino III. Quest’ultimo dominò sulla città dal 1466 al 1480, il suo regno fu caratterizzato da splendore, ma anche da crudeltà. Nel 1480, in giovane età, Pino Ordelaffi muore e la sua successione è la causa di varie lotte tra il figlio e il nipote Antonio Maria. La questione è risolta dal Papa Sisto IV, interessato a riportare Forlì sotto il dominio della Chiesa, dando il potere al nipote Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza. Dal 1484 egli comincia a perdere ogni appoggio politico, a causa della morte del Papa suo zio; e nel 1488 è vittima di una congiura capeggiata dalla famiglia degli Orsi. Il potere passa alla moglie Caterina Sforza, che lo mantiene fino al 1500. Per prima cosa ella si vendicò di chi gli aveva ucciso il marito, incendiando le loro case, in seguito cercò di arricchire e potenziare la città allacciando rapporti con la Milano degli Sforza e con Firenze, sposando Giovanni De’ Medici. Si ricorda anche un terzo, segreto marito di Caterina: Jacopo Feo. Essa domina la città in modo da essere degna di succedere a Pino Ordelaffi. Fa anche costruire un palazzo vicino alla Rocca di Ravaldino, chiamato "Paradiso" di cui però non abbiamo resti, ma che doveva essere un’opera splendida. Nel frattempo diventa Papa il cardinale Rodrigo Borgia con il nome di Alessandro VI; con l’idea di riunire sotto il dominio della Chiesa tutta la penisola, affida l’opera al figlio Cesare Borgia, duca Valentino. Questo nome gli era stato dato, dopo che il Re di Francia gli aveva affidato la contea di Valentinois, mutato poi in ducato. Quest’ultimo era un uomo di grande impegno politico e militare, crudele; vinse tutte le battaglie, quando però arrivò a Forlì, con l’intenzione di conquistarla, si trovò a combattere con ogni astuzia per riuscire a sconfiggere Caterina Sforza. Essa aveva organizzato un grande sistema di difesa, ma il 6 gennaio 1500 fu tradita da un castellano e catturata. Il dominio dei Borgia fu breve perché venne eletto Papa Giulio II della Rovere, nemico di Borgia. Così Cesare Borgia, non godendo più dei privilegi e degli appoggi politici del padre, fu costretto a lasciare il suo intero dominio sotto la protezione della Chiesa. Tornano gli Ordelaffi, ma non in modo duraturo perché Forlì entra nuovamente nello Stato Pontificio. Ha inizio un periodo per così dire di "sonnolenza", interrotto dalla Rivoluzione Francese, che alimenta la voglia di libertà dei Forlivesi che, nel 1796, entrano a far parte della Repubblica Cisalpina. Il 4 febbraio del 1797 Napoleone fa il suo ingresso a Forlì. Così la città fu occupata e i centri religiosi vennero soppressi e venduti ai privati. Finito il periodo napoleonico (1815), Forlì torna sotto il dominio della Chiesa, ma mantiene gli ideali di libertà ed indipendenza diventando il più grosso centro di cospirazioni carbonare. A questo proposito, vanno ricordati Piero Maroncelli e Silvio Pellico. Per tutto l’800 è dominante la figura di Aurelio Saffi, personaggio dalle idee mazziniane che lottò per l’unità d’Italia. Dopo l’annessione all’Italia sotto la monarchia dei Savoia, lo sviluppo, le trasformazioni della città furono notevoli: l’economia, prevalentemente basata sull’artigianato e sull’agricoltura, si orientò verso l’industrializzazione, grazie anche all’attivazione della ferrovia ed alla nascita di fabbriche ben note nella storia di Forlì, quali la Becchi, costruttrice di stufe, lo stabilimento Bonavita, le filande Scanelli, Brasini e Maiani e la fabbrica di stoviglie Gorini. Anche l’attività sociale si vivacizzò: nacquero circoli culturali, associazioni sportive, cooperative di consumo e produzione, società di mutuo soccorso. Le costruzioni pubbliche e private aumentarono, anche se Forlì rimane un centro sostanzialmente modesto, le cui condizioni si aggravarono sia per le pessime situazioni igienico-sanitarie di molti rioni popolari sia per la gravissima recessione economica, a livello internazionale, della fine ‘800. E’ il periodo in cui si fa sempre più pressante il fenomeno della emigrazione legato alla forte disoccupazione ed alla miseria, alla fame dei centri agricoli e cittadini. Il pensiero mazziniano e socialista, poi, animeranno lo spirito di ribellione che sfocerà spesso in numerosi moti popolari e porterà alla formazione di Leghe, di gruppi sindacali a volte uniti, a volte violentemente avversi, specialmente nel primo decennio del ‘900. In questi anni assistiamo però ad un miglioramento dei servizi pubblici e delle attività lavorative (zuccherificio Eridania, Acquedotto cittadino, illuminazione a gas, abolizione delle barriere daziarie, nuovo Ospedale...). Allo scoppio della I guerra mondiale, dopo le divergenze di posizione fra i socialisti, neutralisti, ed i repubblicani, interventisti, vi fu una grande partecipazione di volontari forlivesi che combatterono sul Carso, sul M. Grappa e sul Piave. Durante il periodo fascista, Forlì conobbe una fase di "splendore", caratterizzato da una notevole attività edilizia ed urbanistica che, pur alterando molto la fisionomia di interi quartieri, lascerà caratteri tipici alla città. Ricordiamone alcuni: il piazzale della Vittoria dell’architetto C. Bazzani e dello scultore B. Boifava; i due palazzi "gemelli" che, posti frontalmente, determinano l’innesto di Corso della Repubblica sulla piazza e ne conferiscono importanza; in posizione opposta, sempre sulla piazza, sorge il grandioso edificio dell’ex Collegio Aeronautico, al cui ingresso è posta la gigantesca statua di Icaro; il viale della Libertà, dove si può vedere, purtroppo in stato di degrado, un bell’esempio di architettura del Ventennio, ora Cinema Odeon e Circolo Edera, ed infine la Stazione Ferroviaria. La storia di Forlì, nel secondo dopo-guerra e negli ultimi decenni, è caratterizzata da un discreto sviluppo industriale, commerciale ed agricolo che ha portato miglioramento e benessere e ne ha visto l’inserimento nelle attività nazionali e spesso internazionali. Prevalente è tuttavia la specializzazione agricola e turistica (specie nel territorio della provincia).

Lo stemma.

Lo stemma della città di Forlì è giunto alla forma attuale dopo innumerevoli sovrapposizioni. Dapprima vi fu uno scudo vermiglio, insegna che i Romani dettero alle province per antica tradizione, risalente a Numa Pompilio. Nel campo vermiglio fu più tardi inserita una croce bianca in ricordo della partecipazione dei Forlivesi alla prima crociata. Un secondo scudo, completamente bianco, attraversato dalla scritta "Libertas" testimonia il tempo in cui Forlì si proclamò Repubblica. I due scudi passarono in secondo ordine quando l’Imperatore Federico II volle premiare i Forlivesi per l’aiuto fornitogli nella presa di Faenza. Egli concesse alla città di fregiarsi con l’aquila sveva in campo d’oro. Nasce così un novo stemma in cui, con gli artigli, il rapace trattiene due uova, una bianca e una rossa, che rappresentano le due antiche imprese perché non si dimentichino, cioè la prima crociata e quando Forlì si resse Repubblica. Sormonta il tutto una corona murale turrita detta "Corona di Città", per ricordare la grande quantità di torri che caratterizzavano la Forlì medievale.

Caterina Sforza.

Caterina Sforza fu un personaggio fondamentale per la storia e l’evoluzione sociale e politica di Forlì. Nacque nel 1463, ebbe una vita movimentata e piena di colpi di scena. Spinta dalla sua viva intelligenza, dal suo orgoglio, dalla fierezza e dalla crudeltà, seppe difendere al meglio tutti i territori che si trovarono nelle sue mani.Era una persona agguerrita, con uno spirito di conservazione e di difesa di se stessa. Anche se a volte sembrava crudele con i suoi sudditi, in realtà li amava e cercava di difenderli. Il suo primo uomo fu Girolamo Riario, nipote di Papa Sisto IV, che voleva creare uno stato per la sua famiglia. Alla morte di Pino Ordelaffi, proprietario della rocca di Forlì, Papa Sisto investiva Girolamo anche nel dominio di Forlì. Infatti il matrimonio fra Caterina e Girolamo Riario era solo frutto di considerazioni politiche. Però dopo undici anni di matrimonio, nell’aprile del 1488, Girolamo venne assassinato e al suo posto subentrò Cecco Orsi. Caterina riuscì a strappare il potere a Orsi ed a reimpadronirsi del suo stato e lo amministrò con scaltrezza. Ma nel novembre del 1499 arrivò Cesare Borgia che assediò la città e scoprì il punto debole della rocca. Borgia era molto astuto e così riuscì ad avere il sopravvento. Caterina non riuscì o non volle mandare i rinforzi richiesti intorno a Forlì perché dedicò tutte le sue protezioni per la rocca e la cittadella, anche se molti tecnici evidenziarono errori grossolani compiuti nella difesa. Il 19 dicembre Cesare Borgia entra in Forlì senza difficoltà; nessuno poté fare qualcosa di fronte a questo avversario, che avanzava senza pietà, appoggiato nientemeno che dal Re di Francia e dal Papa Alessandro VI. Sconsolata ma non arresa, per ben due volte Caterina respinse gli avversari; la contessa si ritirò nel mastio e, sparando con ferocia provò a fermare Borgia; le muraglie vennero diroccate dagli spari e gli avversari non ebbero difficoltà ad arrampicarsi e gli uomini di Caterina si arresero; gli alleati di Borgia presero Caterina a la dichiararono prigioniera del Re di Francia. E’ il 12 gennaio 1500. Il 28 gennaio del 1509 ella morirà in una villa dei Medici dove abitava insieme ai figli e fu difficile credere che avesse soltanto quarantasei anni perché, per tutte le incredibili avventure, era come se fosse vissuta cent’anni.

Cesare Borgia.

Cesare Borgia, nato nel 1457, era figlio del Papa Alessandro VI e di Vanessa Cattanei; era un uomo ambizioso e spregiudicato. Da giovane venne avviato alla vita religiosa, alla quale rinunciò nel 1498. Dapprima ottenne dal Re di Francia le contee di Valentinois da cui derivò l’appellativo di "Duca Valentino"; poi con un esercito personale fornitogli dal Re di Francia e finanziato dal Papa, si impadronì della Romagna e poco dopo sposò Carlotta d’Abbret, della famiglia reale di Navarra. Cesare Borgia, nel 1500, cercò di assediare la rocca di Caterina Sforza e il 12 gennaio la conquistò. Fra il 1500 e il 1503 Cesare Borgia restaurò le parti danneggiate della rocca durante l’assedio e le aggiornò. Verso il 1504 Cesare si ammalò gravemente e fu costretto alla fuga dato che sul seggio pontificio, alla morte di Alessandro VI, salì il più grande nemico dei Borgia: Giuliano della Rovere con il nome di Giulio II. Tutto il potere che il Duca era riuscito ad accumulare si disgregò; la rocca di Forlì venne ceduta nel 1504 proprio a Giulio II. La fortificazione risulterà così, nel giro di pochissimi anni, isolata, abbandonata, per cui le sue funzioni non furono più difensive. Successivamente Cesare si rifugiò a Napoli dove il comandante spagnolo lo imprigionò e lo inviò al Re di Spagna, ma nel 1506 riuscì a fuggire e a farsi ospitare in Navarra. Terminò la sua vita nel 1507 in battaglia. Fu considerato un vero uomo del Rinascimento, pieno di spregiudicatezza e crudeltà, ma anche di abilità guerresca e politica. Nella sua breve vita seppe conquistarsi l’ammirazione di vari artisti, fra cui il Machiavelli, che lo ricorda nelle sue opere come uomo che sapeva imporre agli altri i propri programmi. Cesare Borgia, nel 1502, incaricò Leonardo da Vinci di progettare il porto di Cesenatico; i due erano in stretto contatto e riuscirono ad eseguire questo piano particolarmente significativo per l’economia della Romagna.

Storia della rocca di Ravaldino.

Card07b.jpg (201960 byte)In merito alla costruzione della rocca di Ravaldino, Leone Cobelli scrive che essa ha inizio nel 1360; altri cronisti indicano l’anno 1372. La cinta muraria viene completata nel 1461. Questa rocca aveva una funzione difensiva sia per i Fiorentini, che avevano vasti possedimenti, sia per la popolazione forlivese, che spesso si ribellava e non accettava il potere della Chiesa. Nel 1471 Pino Ordelaffi fa costruire l’attuale rocca, trasformazione, si pensa, di una costruzione primitiva. Già alla fine del 1200 il potere nella città di Forlì, era esercitato, anziché dal papato, che però considerava la Romagna suo possedimento, dalla famiglia Ordelaffi. Pino Ordelaffi aveva acquistato una grandissima superiorità in Romagna e cominciò, dopo un periodo di violenza sul suo popolo, a concedere perdono a tutti i colpevoli, atteggiandosi a principe giusto, per conquistare la fiducia del popolo. Adornò la città con opere di difesa, palazzi e rocche stupendi. Grazie anche al clima tranquillo e senza guerre del tempo, restaurò la città di Forlì dopo le lotte che l’avevano rovinata nella prima metà del 1400. Si sposò con Barbara Manfredi e mantenne il potere dal 1460 al 1480. Pino III fu esecutore della rocca di Ravaldino e iniziatore della cittadella. Questa rocca ha avuto sempre una funzione di difesa e mai di residenza. In tempo di pace era infatti occupata da pochi armigeri (circa 15), dal comandante o castellano con la sua famiglia. Nel 1472, sempre Pino Ordelaffi fa iniziare la costruzione della cittadella, ultimata poi nel 1463 da Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza. Ai lavori presiedette maestro Giorgio Fiorentino, chiamato da Pino e mantenuto ingegnere da Riario. Furono così eseguiti lavori per poter resistere e rispondere alle artiglierie che iniziavano a diffondersi. Nel 1457, Pino Ordelaffi fu chiamato a combattere da Sisto IV, anche se poi abbandonò il campo, visto che il Duca di Milano gli aveva dato l’ordine di rinunciare a partecipare all’assedio. Poi il Papa, nel 1479, lo chiamò in aiuto contro la Repubblica di Firenze, ma Pino rinunciò per le sue instabili condizioni di salute. Infatti egli soffriva di attacchi di epilessia molto gravi e poi si ammalò di una malattia inspiegabile che lo portò, nella notte fra il 9 e il 10 febbraio 1480, alla morte, a 44 anni. Si pensa anche che possa essere stato avvelenato. Alla morte di Pino Ordelaffi, la rocca passò a suo figlio illegittimo Sinibaldo, al quale tentò di toglierla il cugino Antonio Maria. Poi Sisto IV, desideroso di investire della Signoria di Imola e di Forlì il nipote Girolamo Riario, sposo di Caterina Sforza, figlia naturale del Duca di Milano (Galeazzo Maria Sforza), invia un esercito alla conquista di Forlì. La città si sottomette e nel 1481 Girolamo e Caterina entrano in città. Girolamo Riario poi, nel 1488, fu ucciso da congiurati, così la rocca rimase in possesso di Caterina, del figlio Ottaviano e degli amanti Jacopo Feo e Giovanni de Medici, con l’appoggio anche di Galeazzo Sforza. Nel 1496 Caterina Sforza fece costruire, in prossimità della rocca, un palazzo ad uso di abitazione, denominato "Paradiso" per le opere d’arte, probabilmente del Melozzo, e per le comodità di cui era fornito, si pensa che fosse circondato anche da uno splendido giardino; di tutto questo purtroppo oggi non rimane nulla, ma secondo alcuni cronisti la costruzione fu iniziata già nel 1372 o nel 1360 e orientata verso Faenza, nella zona in cui esisteva la vecchia rocca. Nel 1499 Caterina fece rinforzare le difese della rocca, poco prima dell’assedio del Duca Valentino. Nel 1500 poi vi fu l’attacco di Cesare Borgia alla rocca; Caterina si difese molto bene, ma il suo ordine di dare fuoco all’esplosivo, conservato nella polveriera, arrivò in ritardo e perciò fu vano e controproducente in quanto le macerie, cadute nel fossato, facilitarono il passaggio del nemico. Caterina fu fatta prigioniera da Cesare Borgia e trasportata a Roma, ove trascorse un anno e mezzo in Castel S. Angelo. Fatta liberare dal Papa, si trasferì a Firenze ove morì, a quarantasei anni, nel 1509. Caterina Sforza e le sue imprese straordinarie colpirono la fantasia del popolo e determinarono la nascita del suo mito.

La struttura architettonica della Rocca di Ravaldino.

La rocca è caratterizzata da diverse componenti e strutture architettoniche. Prenderemo in esame le più significative:

Bertesca - Dal latino tardo brittisca. Nel Medioevo, opera difensiva, in legno o in muratura, ma nel caso di quella presente nella rocca di Ravaldino in arenaria, situata tra i merli o sporgente dalle mura. Era dotata di caditoie e feritoie, consentiva di combattere il nemico stando al coperto.

Postierla - Posterla o postierla in passato era una porta di una fortificazione, di piccole dimensioni ad esclusivo uso militare, per movimenti limitati non visibili dal nemico. Spesso serviva per raggiungere il fondo del fossato asciutto. Nella rocca di Ravaldino veniva usata come passaggio segreto in caso di assedio, dalla quale potevano, così, scappare gli uomini che si trovavano all’interno della rocca. Era situata nella cinta muraria in un punto nascosto a livello dell’acqua nel fossato.

Feritoie - Aperture inserite nelle mura delle fortezze che consentivano la visibilità e la manovra libera di armi, inoltre permettevano ai difensori di attaccare stando al riparo. Erano costruite in arenaria, di forma circolare, del diametro di 10-20 cm. Al piano terra erano distribuite in pareti rettilinee in numero variabile da tre a sei, al primo piano erano riprese, se possibile allo stesso modo; erano quasi sempre collocate sotto ad una piccola finestra. Sulle pareti circolari dei torrioni, diventano piccole fessure verticali, sempre costruite in arenaria e posizionate una vicina all’altra e non al centro della curvatura per far sì che i tiri venissero angolati in modo da difendere la scarpata; nella Rocca di Ravaldino fa eccezione la torre Sud, che ha feritoie anche al centro della curvatura per dare una più sicura difesa anche al fossato. Tale eccezione è comprensibile perché questo torrione è rivolto verso i possedimenti fiorentini.

Caditoie - Nelle opere fortificate dell’epoca medievale, erano aperture applicate a ballatoi, bertesche, torri ed altro, e servivano a far sì che si riuscisse a colpire il nemico dall’alto con armi, materiale incendiario, sassi, olio bollente ed altro materiale d’offesa.

Rivellino - Rivellino o revellino. Nel XV e nel XVI secolo, erano strutture avanzate rispetto alle cortine e distaccate a protezione della fortificazione principale. Gli ingressi che mettevano alla cittadella erano tre ed erano situati presso i tre rivellini appartenenti alla Rocca di Ravaldino. Un ingresso, quello principale, si trova nel lato a ponente, dove attualmente abbiamo l’ingresso delle carceri, mentre del rivellino, proprio di fronte, ritroviamo solo i ruderi nel giardino dell’U.S.L.. Si avevano poi un secondo ingresso, in prossimità del torrione nord-est, presso il rivellino di Porta Cotogni, ed un terzo a levante presso il rivellino di Cesena. I rivellini, come anche la cittadella, erano circondati da un fossato largo e profondo. Si pensa che i rivellini comunicassero con l’esterno attraverso passaggi sotterranei oppure tramite un ulteriore ponte levatoio. E’ probabile l’ipotesi che nel rivellino di Porta Cotogni ci fosse un passaggio segreto, in quanto non sono state ritrovate tracce di porte nella parte anteriore. I rivellini di Cesena e Porta Cotogni servivano a difendere i due rispettivi ingressi della cittadella. Il terzo rivellino, invece, difendeva l’ingresso verso la porta di Ravaldino e serviva a facilitare il transito nel maschio.

Ponte levatoio - Il ponte levatoio aveva, principalmente, una funzione di origine militare; veniva costantemente sorvegliato in quanto collegava la cittadella alla Rocca. Inoltre risultava di importanza non trascurabile in caso di assedio alla cittadella. Generalmente le rocche erano munite di più ponti levatoi di cui uno principale che collegava l’esterno con l’interno e altri secondari che avevano funzioni quasi esclusivamente difensive, ma importanti anche perché collegavano le varie parti interne del Mastio. Per quanto concerne le Rocca di Ravaldino si può dire che vantava due ponti levatoi. Uno ancora attualmente "funzionante" in quanto funge da entrata alle carceri di Forlì mentre l’altro, di cui oggi è visibile la struttura muraria, è situato nel lato nord-ovest della Rocca,.

Il mastio - Era perfettamente isolato dal resto della rocca e ad esso si accedeva unicamente con un ponte levatoio. Ai lati della porta di accesso restano due probabili torrioni; il ponte era a forcella e a catena unica chiusa con un catenaccio e sbarra trasversale a scomparsa, cioè la sbarra di chiusura scompariva completamente nel muro agevolando la presa a due mani, perciò rimaneva fuori dal riquadro del portale. Il mastio è composto da quattro piani a volta emisferica con un occhione circolare per lo spostamento dei materiali da un piano all’altro. I tre locali superiori erano collegati da una scala a chiocciola: il locale più alto, adibito a residenza del castellano, aveva acquaio e finestre sul pozzo ancora visibili perché costruiti in arenaria. La piattaforma superiore è ancora provvista di un campanile a vela per l’allarme; i piani inferiori sicuramente servivano come magazzino. Le comunicazioni orizzontali mettevano in contatto il mastio con i torrioni, le comunicazioni verticali, invece, erano complicate poiché costruite soprattutto per un eventuale attacco nemico. Delle voci affermano che dal mastio partiva una lunghissima galleria adibita per la fuga del castellano, costruita in muratura anche se ora non c’è traccia di un eventuale ingresso. Le cannoniere del mastio erano dirette verso le cortine per difesa.

Il mastio, le cortine e le torri - Nelle fortificazioni medievali prendeva il nome di "Maschio", quella torre che aveva dimensioni superiori e maggiore robustezza delle altre. Veniva sempre costruita in posizione dominante, che poteva essere all’interno delle mura oppure inserito in esse. Un particolare architettonico, che mancava difficilmente nelle costruzioni fortificate antiche e medievali, e che neppure mancava nella rocca da noi attualmente presa in considerazione, erano le merlature: serie di merli posti a coronamento delle mura esterne, delle torri e naturalmente anche del maschio. Esse avevano funzioni estremamente importanti: non solo proteggevano il difensore consentendogli l’uso delle armi durante gli appostamenti, che così erano difficilmente individuabili dal nemico perché più nascosti, ma anche perché ostacolavano gli invasori nella scalata. In seguito, quando, per ulteriore protezione, si decise di isolare questa torre "Maestra", riuscendo ad entrarvi solo tramite un ponte levatoio, essa prese il nome di Mastio; esso scomparve con l’impiego delle artiglierie fra la fine del quindicesimo secolo e l’inizio del sedicesimo. Soffermandoci in modo più dettagliato sul Mastio della Rocca di Ravaldino, scopriamo che esso era comunicante con le attigue cortine murarie tramite aperture poste a Sud e a Nord. Era suddiviso in quattro piani, i due ambienti al piano terra erano in genere adibiti ad ospitare il corpo di guardia ed i servizi, mentre i due ambienti posti al primo piano, più confortevoli, costituivano l’alloggio del castellano. I primi tre piani poi apparivano provvisti di strutture difensive destinate a contenere ed a proteggere le bocche da fuoco, mentre il quarto piano aveva in origine una copertura provvisoria. in legno o in paglia, che poteva essere facilmente rimossa in caso di allarme per evitare il pericolo di crollo o di incendio. Il tetto attuale venne costruito successivamente, a seguito della trasformazione da fortezza in carcere. I primi tre piani comunicavano mediante un’elegante scala a chiocciola in arenaria, in cui la mancanza della colonna centrale, rende pienamente visibile lo sviluppo a spirale. Composta da 67 gradini, la scala si sostiene grazie a detto sviluppo a spirale, determinato dalla sovrapposizione ad angolo acuto delle lastre, a pedata isoscele, fissate nel muro del pozzo, costruito contestualmente. I quattro piani inoltre sono serviti da un pozzo circolare terminante a sette metri al di sotto del piano del cortile. Le funzioni principali del Mastio erano principalmente difensive, era qui infatti che si rifugiava il castellano o il capitano in caso di assedio. Questa parte fondamentale della fortezza rappresentava l’ultimo modo di salvarsi ed è per questo motivo che all’interno vi si tenevano perennemente provviste alimentari ed armi; per quanto riguarda l’acqua non era certo un problema perché nel Mastio non mancava mai il pozzo. Le cortine della rocca avevano uno spessore piuttosto ampio di circa 3 o 4 metri, da una parte e dall’altra erano semplicemente costituite da una massa di mattoni, mentre all’interno venivano riempite con macerie provenienti dalla demolizione di case o ponti, inoltre venivano ulteriormente rinforzate in arenaria. Nella cinta muraria della cittadella si apriva una porta, la quale consentiva il passaggio al rivellino, che era praticamente una costruzione posta in direzione degli attacchi nemici. Lungo le cortine sorgevano 4 torri di "vedetta"; in origine i tetti di queste erano mobili per gli stessi motivi del tetto del Mastio, ma col tempo si costruirono in mattoni e divennero fissi, erano a tre piani, di cui due casematte ed il superiore prima aperto e poi chiuso. Dal cortile si accedeva alla casamatta inferiore attraverso un corridoio trasversale, che introduceva a numerose sale; si passava quindi a quello superiore mediante una scala a chiocciola. Nelle casematte c’erano due o più cannoniere mentre nel torrione est era posta la polveriera.

 Rocca3.jpg (28381 byte) Architettura della cittadella e delle mura - La Cittadella, luogo fortificato e cinto da mura, fu costruito nel 1472 da Pino Ordelaffi e terminata verso il 1483 per opera di Girolamo Riario, marito di Caterina Sforza. E’ ancora oggi intatta anche se ha subito qualche cambiamento, e mantiene l’aspetto originario. Usata come difesa, o meglio come ultima difesa, contro attacchi militari e rivolte interne dei cittadini, è a pianta rettangolare con cinte merlate alte circa 8 metri. Il lato corto della parte sud-ovest è privo di torri, perché era protetto dalla rocca e perché, in caso di caduta della cittadella in mano al nemico, le eventuali torri su quel lato, avrebbero potuto essere usate dal nemico contro la Rocca stessa. Due torri angolari caratterizzano, invece, il lato corto opposto e dovevano essere usate come funzione di difesa nei confronti di assalti nemici. La Cittadella, che era circondata da un fossato e unita alla Rocca stessa, veniva usata come fortezza, infatti, dentro si potevano trovare edifici che funzionavano da magazzini di viveri e armi e piccoli mercati. Gli ingressi che immettevano nella Cittadella dall’esterno erano tre: il principale nel lato nord-ovest tuttora visibile e usato attualmente per accedere all’area carceraria; un secondo, nel lato nord-est difeso dal rivellino, di forma rotondeggiante e più grande degli altri, visibile oggi in parte. Un terzo del lato sud-est, difeso, anch’esso dal rivellino di Cesena di forma triangolare e collocato verso Cesena, dentro il fosso esterno della Rocca stessa. Il fossato circondava tutta la "fortezza", era profondo circa tre metri e convogliava acqua, grazie ad un sistema di canali, dal vicino fiume Montone. La cittadella, come la Rocca, è costruita nella parte più alta della città e situata in un punto protetto sia per quanto riguarda la natura, sia per quanto riguarda gli attacchi del nemico. Anche Forlì era circondata da mura o cinte urbane, quindi per entrare nella città si poteva passare solo dalle quattro porte. Solo una oggi è ancora visibile, cioè quella di Schiavonia ad ovest, eretta nel 1407 da Baldassarre Cossa e formata da due torrioni circolari, di fronte all’imbocco del ponte sul fiume Montone. La Porta Cotogni ad est, chiamata così perché proprio in quella zona si producevano pere e mele cotogne, oggi non è più visibile, come la Porta di San Pietro a nord; per quanto riguarda la Porta di Ravaldino si possono osservare pochi resti. Dalle mura di cinta urbane abbiamo scarse testimonianze: rimangono alcune sezioni come il tratto lungo via del Portonaccio, con la scarpa di base di un guardiola quadrata, un tratto su via Forlani con un consistente rudere della torre del Pelacano. Per quanto riguarda il tratto della Palazzola di Corso Mazzini, esso è fatto di laterizi alti 5 o 6 metri con grossa scarpata priva di muro verticale e quindi sorretta dal terrapieno; invece da Porta Cotogni a Ravaldino si torna al tipo di mura con scarpata, cordone e parapetto con il muro verticale. In tutto il complesso, oltre alle porte, si presentavano sei guardiole a base rettangolare e semicilindriche, in particolare erano senza scarpata, fino quasi alla lunetta. A causa dell’erosione fluviale ed eolica, le mura furono rifatte varie volte tra il XVII e il XVIII secolo, sempre sulle basi antiche. Infatti a Forlì esisteva una norma designata a far compiere periodici controlli, per programmare interventi di restauro delle mura di cinta e della Rocca di Forlì. Un altro ampliamento della Rocca fu il "Paradiso", costruzione voluta da Caterina Sforza. Era un nobile palazzo signorile, sfarzoso e usato come sua dimora; costruito, come ci riferisce il Marinelli, con grande ricchezza e raffinatezza, era rivolto verso Faenza nell’area compresa fra Porta Ravaldino e la parte coperta della Rocca e circondato da uno splendido giardino; purtroppo di questo palazzo non si possono vedere resti perché abbattuto da Cesare Borgia quando attaccò la fortezza, prendendone possesso.

Visita alla Rocca di Ravaldino.

Il 23 gennaio alle ore 10.20, siamo partiti da scuola per andare a visitare la vicina Rocca di Ravaldino. La giornata si presentava molto umida con una temperatura che è rimasta sui 6°C per tutto l’arco dell’uscita. Al termine della presentazione storica della rocca, tenutaci dalla dott.ssa Bugani, il prof. Flamigni ci ha intrattenuto sugli aspetti ambientali della zona facendoci notare che quasi tutta la vegetazione è stata introdotta dall’uomo durante la costruzione dell’acquedotto avvenuta nel 1949, senza tener conto delle vere essenze del territorio romagnolo e dell’orientamento che avrebbero dovuto avere rispetto alla posizione geografica. Ad esempio l’alloro, pianta tipica della flora mediterranea e amante delle zone soleggiate, è stato piantato anche nelle zone più fredde attorno alla rocca e la sofferenza che ne consegue si nota dalle foglie più piccole e dal tardivo momento di fioritura rispetto a quello dell’area più calda. Nel passato, come ci è stato raccontato, l’ambiente attorno alla rocca era quello tipico di una fascia fluviale di pianura con radure umide contornate da canneti, salici e pioppi. Fra le piante di alto fusto e gli arbusti che abbiamo osservato citiamo il Pino domestico, l’Acero negundo, il Leccio, l’Ippocastano, l’Agrifoglio, il Ligustro, il Cipresso, il Tiglio e il Cedro. Nei muri, o alla base di questi, erano presenti la Cimbalaria, la Parietaria, l’Ortica, l’Edera, la Vitalba, la Salsapariglia e la Malva. La fauna era limitata a poche presenze: ragni dalle diverse ragnatele (a calice dentro le fessure dei muri e radiali tese fra i rami della vegetazione), merli, colombi e tortore. I materiali usati per la costruzione della rocca sono solo due: il mattone e l’arenaria. Il mattone, per la maggior possibilità di impiego e di reperimento, è stato utilizzato per la quasi totalità della costruzione, mentre l’arenaria, roccia sedimentaria di origine clastica, costituita dalla cementazione di elementi fini della grandezza dei granuli di sabbia, è stata usata, a causa della maggior resistenza rispetto ad altri materiali, per la costruzione dei beccatelli, nei sostegni del ponte levatoio e attorno alle feritoie.

Le "mie prigioni " di E. Maffei.

La visita alla Rocca di Ravaldino ha fatto riaffiorare, in una di noi, sensazioni ed immagini sepolte nella memoria"Fino all’età di circa 7 anni, sono vissuta in una casa che tuttora fa parte della Rocca di Ravaldino; ad essa sono legati i ricordi più belli della mia prima infanzia. Spesso mi fa piacere riportare alla mente date particolari, giorni speciali, o tutto quanto ha segnato gli anni vissuti in quel luogo. La casa non è molto grande, essendo composta da un soggiorno, una camera da letto, una piccola cucina, un bagno, un ripostiglio ed un garage. Le finestre del soggiorno e della cucina si affacciano sull’entrata del carcere, quindi sulla via della Rocca; invece quella della camera da letto sull’interno (del carcere), più esattamente sul giardino; la finestra del bagno si affaccia sui giardini accanto alla Rocca: potevo perciò osservare diverse realtà.Anche se i miei ricordi sono molto limitati a causa dell’età, non è tutto perduto. Mi tornano ripetutamente alla mente i giochi che facevo con una mia amica; anche lei abitava in una casa che appartiene alla rocca, dato che suo padre ne era il direttore. Abitando molto vicine, specialmente nelle vacanze estive, giocavamo assieme.Diverse volte guardavo con attenzione le mura: a distanza regolare vi sono delle cavità. Non sapendo a cosa servissero e vedendole piuttosto grandi, ci impaurivano e pensavamo che fossero la casa "dell’uomo nero". Poi ho saputo che sono nascondigli notturni per le sentinelle.Una notte sognai che nel muro che portava al piano terra, vi era una mattonella che si poteva togliere. Curiosa, il giorno seguente provai e mi accorsi che si toglieva veramente. Da quel momento in poi quello fu il mio nascondiglio segreto. A volte, durante la notte, mi capitava di svegliarmi; io sostenevo di sentire rumore di stoviglie, mentre mia madre sosteneva che fosse solo la mia immaginazione. Ancora oggi per me è un mistero. Mio padre lavorava e lavora tuttora nelle carceri come impiegato. Quando tardava, ricordo che andavo a chiamarlo per dirgli che il pranzo era pronto. Era tutto molto comodo. Tutti i pomeriggi d’estate, io e le altre famiglie di dipendenti andavamo ai giardini. Ci divertivamo proprio molto. Raccoglievamo pinoli in grande quantità e, nei periodi in cui era aperto l’accesso alla Rocca, ci piaceva molto visitarla e giocare a "regine e principesse". Nel giardino delle carceri vi sono una vasca con pesci ed una gabbia con colombe e piccioni. Quando incontravamo l’addetto agli animali, rinnovavamo con lui l’acqua ai pesci. Qualche volta, ci è capitato di immergere un pesce nostro nella vasca. Ogni Domenica andavamo a messa. Ero piccola e allora mi annoiavo terribilmente e quell’ora mi sembrava un’eternità. Insistevo sempre per andare via prima, ma non c’era nulla da fare: era importante parteciparvi. Una cosa mi ha stupito: quando ero piccola i giardini della Rocca mi sembravano di grandi dimensioni; mentre quando sono tornata qualche mese fa per una visita scolastica, il tutto mi è sembrato più piccolo. In ogni modo mi piacerebbe molto tornare in quel luogo, e poi... fa uno strano effetto abitare in una Rocca."

Incontro con la dott.ssa Rita Ferlito.

Il giorno 12/4/95, le classi 1^E e 1^F si sono riunite per approfondire le proprie conoscenze sul sistema carcerario italiano e in particolare sulla Casa Circondariale di Forlì. A istruirci ulteriormente, su questo complesso sistema, è venuta ad incontrarci a scuola, offrendoci la sua competenza, la direttrice delle carceri: la dottoressa Rita Ferlito. Ella ci ha introdotto all’argomento spiegando la divisione esistente nel sistema che prevede Case Circondariali, Case di Reclusione e Case Mandamentali. La differenza fra queste denominazioni è dovuta al tipo di detenuti che vi sono ospitati. Nella Casa Circondariale vi sono soprattutto detenuti in attesa di giudizio, che aspettano i percorsi procedimentali nei vari gradi del processo. Quando questa procedura è terminata, cioè il detenuto è condannato, quest’ultimo passa alla Casa di Reclusione, che è per detenuti definitivi. La Casa Mandamentale, a differenza di quelle sopra elencate, ospita detenuti con pene brevi e di bassa pericolosità; di conseguenza hanno un trattamento diverso, che si basa sul rapporto personale tra chi gestisce la Casa Mandamentale e il detenuto stesso. Nella Casa Circondariale di Forlì non vi sono detenuti molto pericolosi. Se i detenuti sono giudicati pericolosi vengono trasferiti in una sezione ad alto controllo dove la sorveglianza è maggiore. La cura principale, in queste Case, è la custodia dei detenuti, i quali devono rispettare certe regole. L’obbiettivo, che il sistema si pone, è quello di un trattamento che mira alla rieducazione. All’interno delle diverse Case vi è un gruppo di operatori, che si occupa del funzionamento delle carceri. In primo luogo vi è il Direttore, che è chiaramente il capo dell’istituto di pena: gestisce il personale, è responsabile del trattamento dei detenuti e della gestione finanziaria. Vi è il personale amministrativo, che svolge il lavoro nell’aspetto burocratico; inoltre vi sono due grossi gruppi di operatori: uno ha il compito della custodia dei detenuti, la polizia penitenziaria, l’altro comprende una fascia di persone con compiti diversi. In questo gruppo troviamo impiegati, personale convenzionato, personale volontario, cioè una serie di persone che ruotano attorno all’obbiettivo della rieducazione, come psicologi, assistenti sociali. Molte sono state le domande rivolte alla dott.ssa Ferlito e chiare, semplici e puntuali sono state le risposte. Abbiamo appreso che : la scuola elementare è obbligatoria; alcuni detenuti lavorano altri no; gli orari sono molto rigidi; è possibile effettuare diverse attività all’interno dell’istituto. Nella vita del detenuto vi sono due diversi momenti: l’ingresso e la fase in cui, finito un percorso di osservazione, si passa a un programma di trattamento. Il detenuto, ad un certo punto della sua vita penitenziaria, può fare un percorso misto tra detenzione e libertà. Il soggetto sta cioè tutto il giorno fuori, dove lavora, o presso una famiglia o dove studia, e poi la sera rientra in carcere. Nel 1975 è stata introdotta una riforma che ha modificato profondamente le regole e che prevede permessi "premio": diverse concessioni a seconda del comportamento del detenuto. Di conseguenza i detenuti vivono una vita più tranquilla perché si sentono più liberi. Motivo di interesse è stato apprendere che nel carcere di Forlì, nel ‘94, vista l’area coltivabile (un giardino), è stato organizzato un corso di giardinaggio per i detenuti, diviso in una parte teorica e in una pratica con attività anche all’esterno dell’istituto. Aspetto molto importante è appunto quello delle attività, che in certe carceri prevede impianti lavorativi, che riguardano in particolare l’artigianato. I detenuti per questo vengono stipendiati con una paga sindacale, naturalmente al minimo. Ad una nostra domanda sulle reazioni dei carcerati, la dott.ssa Ferlito ha risposto che molte volte i detenuti hanno cercato di evadere dalla nostra struttura, però sono sempre stati rintracciati e quindi catturati. Da poco, nel carcere di Forlì, è stata messa in funzione la palestra per attività sportive: tale ambiente non è presente in tutte la strutture penitenziarie, perché molte carceri sono in edifici antiquati parzialmente ristrutturati. I detenuti possono tenere con sé svariati oggetti, ma non quelli ritenuti pericolosi. Per esempio le musicassette, perché possono essere un mezzo di comunicazione difficilmente controllabile. Le telefonate sono in genere due per mese: una ogni quindici giorni, se non avvengono colloqui. Con l’ultima riforma ne sono previste anche quattro al mese. Ad altre nostre curiosità la direttrice ha risposto ricordando, ad esempio, che sono molto frequenti gli episodi di violenza tra i detenuti e le guardie. Nel caso che una detenuta abbia un figlio, quest’ultimo può stare insieme alla mamma fino all’età di tre anni. In questo caso, se possibile, vengono trasferiti in sezioni con asili per agevolare la vita del bimbo in un ambiente più sereno. E’ facile che si trasmettano malattie fra i detenuti. Per questo vi è una struttura sanitaria molto complessa: la guardia medica funziona 24 ore su 24, ci sono infermieri e un dirigente sanitario in modo che si possano prevenire e curare le malattie. Riguardo alla sistemazione dei vari detenuti nelle celle carcerarie vi sono delle norme ben precise. Queste ultime prevedono un totale di 9 metri cubi per detenuto. Spesso ci sono casi di suicidio, che frequentemente avvengono fra i detenuti primari, cioè coloro che entrano nel carcere per la prima volta. Quando è superata questa fase difficilmente c’è il suicidio. Nel nostro carcere non ci sono minori: le strutture in cui vengono ospitati sono diverse, per molti aspetti, da quelle di Forlì. L’ergastolo è assegnato in una misura attenuata rispetto al passato, anche se è ancora presente. Al giorno d’oggi l’ergastolo è stato trasformato con due riforme per ridurre la pena: avviene spesso la liberazione anticipata. I detenuti mangiano nelle stanze. anche se l’ordinamento prevede i refettori. Possono comprare una serie di cose come i prodotti per prepararsi i cibi e cucinarli con gli appositi fornellini contenuti nelle celle. I pasti giornalieri sono tre. Vi sono momenti in comune tra i detenuti: l’aria ( non meno di due tre con un massimo di quattro), attività di ricreazione, di lavoro....In camera è prevista anche la televisione a colori, ne è presente una anche in una sala comune. A volte si tengono spettacoli organizzati dai detenuti: da tali esperienze ricevono notevoli soddisfazioni.

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